Vikings e l’addiction che non ti aspetti

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Ancora sommersa da uova di cioccolato, passata l’ansia di Pasquetta prendo in mano la situazione, seguo i consigli di telefilm addicted fidate e inizio la maratona per recuperare Vikings, serie tv canadese di History giunta ora alla sua terza stagione.
Già dal titolo e dalla rete di messa in onda è facile capire quale sia il focus narrativo di questa serie tv: ambientata in Scandinavia nell’Alto Medioevo, Vikings segue le gesta di Ragnar Lothbrock, leggendario esploratore e guerriero vichingo, interpretato dall’australiano Travis – occhi di ghiaccio – Fimmel.

Ragnar

Per i primi cinque episodi della prima stagione l’impressione è stata: paesaggi bellissimi, interpreti molto bravi (e molto fisicati, il che non guasta), vicende interessanti e curiosità nel proseguire, oltre ad una grande dinamicità del racconto e a battaglie ricostruite magistralmente.
Da subito, come spesso capita e come è giusto che accada, si arriva immediatamente a stilare una lista di personaggi da amare e una lista di personaggi che speri muoiano presto, in questo caso viste le circostante, travolti da una valanga di frecce dritta sul volto o perché no, tramite una morte crudele per volere di Odino e compagni.
Ma la vera scintilla, non so neanche bene per quale motivo, è scattata dal sesto episodio, momento in cui, fissando lo schermo ho capito che quello di Vikings sarebbe presto diventato un tunnel profondo senza possibilità d’uscita.
Ciò che ancora non sapevo era che Vikings non solo mi avrebbe creato una certa dipendenza, ma che mi avrebbe anche lacerato l’anima come solo poche altre serie tv sono riuscite a fare (Doctor Who e Lost, potrei stare parlando casualmente anche di voi).
Se le prime due stagioni ti fanno innamorare pressoché di tutto, dandoti anche alcune notevoli gioie, fornendoti visioni celestiali di Rollo senza maglietta (e qui un grazie di esistere all’attore Clive Standen non glielo toglie proprio nessuno) e qualche immancabile ondata di angst, la svolta – e la polverizzazione di ogni povero pezzettino di cuore che ti resta – avviene, irrimediabilmente con la terza stagione, da poco conclusasi lasciandomi con parecchie lacrime a rigarmi il volto.

hhh

Ma si sa: una serie tv non è bella se non fa soffrire e il motivo di questo dolore e di conseguenza di questo mio innamoramento assoluto per Vikings deriva dal bellissimo rapporto che Michael Hirst (creatore e scrittore della serie) ha pensato e costruito magistralmente per i personaggi di Ragnar e di Athelstan (interpretato da un George Blagden che mi ha rubato un po’ il cuore).
Athelstan, ovvero un monaco inglese catturato dai vichinghi durante la loro prima razzia ad ovest, in Inghilterra, e deportato in terra scandinava, viene da subito preso sotto l’ala protettrice di Ragnar e diventerà uno dei personaggi più belli non solo della serie, ma di tutto il panorama telefilmico, senza timore di esagerare.
Questo rapporto, così intenso e raccontato in modo esemplare, è anche il pretesto per mettere a confronto due diverse culture e due diverse religioni che lottano per convivere nonostante sia un percorso tutt’altro che semplice e privo di ostacoli.
Ragnar è un uomo inevitabilmente duro a causa della vita che è costretto a vivere. Incapace per natura a fidarsi, con Athelstan scopre una strada nuova: non è semplice amicizia, non è soltanto amore in senso stretto. Impossibile dire cosa quel vichingo dal cuore duro abbia visto attraverso gli occhioni blu di quel monaco dall’animo gentile, fatto sta che il loro rapporto va oltre ogni possibile catalogazione in quanto è così bello e così toccante da far commuovere al solo pensiero.



L’interesse reciproco per le loro abitudini di vita, per i loro riti e le loro rispettive tradizioni rappresenta uno dei punti più alti della serie e uno dei migliori espedienti narrativi per toccare certe corde e certi temi da sempre abbastanza delicati e complessi.
Nelle prime due stagioni si assiste alla costruzione del loro rapporto, tra curiosità e perplessità reciproche che gettano ben presto le basi per il loro divenire.
La terza stagione sancisce invece la completa maturità del loro legame e di conseguenza l’entrata in gioco di ogni possibile sentimento profondo che lega quei due.
Per questo gli ultimi 10 episodi hanno davvero rappresentato l’apice della bellezza  e della commozione. Un Ragnar così non si era mai visto e bisogna dire grazie ad Athelstan anche per averci donato un Ragnar così emozionante, in grado di spezzare il cuore di ogni spettatore con una semplice frase o con un semplice sguardo. Ogni pensiero e ogni gesto sono per il suo amico cristiano e non commuoversi per certe sue azioni è davvero impossibile.

 

Accanto a loro due, un elogio particolare meritano anche due donne che rendono Vikings ancor più completo: Lagherta e Siggy.
Se pensate che le donne in una società vichinga e in un periodo storico come l’Alto Medioevo non abbiano poi chissà quale voce in capitolo e siano personaggi di contorno, loro due vi smentiranno dal primo episodio.
Oltre all’evidente bellezza di entrambe, Lagherta e Siggy lottano – la prima con la forza, la seconda con l’astuzia – contro le sfide che la vita pone loro dinnanzi, agendo per interesse personale e per il bene di chi amano, al fine di non essere mere spettatrici passive di una vita così dura e travolgente.
Se Lagherta fin dal principio mi è apparsa una vera badass e una Donna con la D maiuscola, con Siggy il mio percorso è stato più tortuoso, in quanto essa si presenta per definizione come un personaggio decisamente più ambiguo. Ma superata la diffidenza iniziale, non ho alcun timore ad affermare che per me resterà, insieme a Lagherta, la donna che ha contribuito a rendere Vikings ancor più bello.

lagherta

Pensavo dunque di aver iniziato una serie tranquilla, ma ben presto ho iniziato a sentirmi così coinvolta emotivamente con la storia e i personaggi tanto di essermi chiesta per un attimo se chi mi aveva consigliato Vikings non volesse farmi un dispetto portandomi a seguire una serie così coinvolgente da portarmi spesso al punto di commuovermi. In realtà non è così – e qui va il mio grazie a chi ha portato Vikings alla mia attenzione e a chi mi ha supportata durante la visione – perché la bellezza che sprigiona questa serie tv è un crescendo continuo e l’unica cosa che un telefilm addicted può fare con essa è correre a recuperarla e unirsi a noi nell’attesa spasmodica per una quarta stagione di ben 16 episodi, che, viste le premesse del terzo season finale, si preannuncia di fuoco.
Grazie History, ci rivedremo spero molto presto.

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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