Vikings e la capacità di spezzare (ripetutamente) il cuore

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Tempo di lettura previsto: 5 minuti

 

Il titolo dovrebbe già preannunciare tutto, ma ormai – per chi come me è arrivato al mid-season finale della quarta stagione di Vikings – il masochismo dev’essere decisamente una pratica esercitata più o meno regolarmente, quindi perché non rivangare nell’angst provando a tirare le somme di questi bellissimi ed emotivamente distruttivi dieci episodi?
Io pensavo ormai di essere temprata a tutto con Doctor Who, ovvero la serie capace di trasformare anche il trash in un qualcosa che ti fa struggere sul pavimento per i troppi feelings.
Poi l’anno scorso è arrivato il mio recuperone di Vikings, mosso da gentili personcine che mi dicevano: “Ci sono vichinghi figaccioni e battaglie, devi guardarlo!” (per chi volesse approfondire questa parentesi, avevo già parlato di tutto questo qui).
E niente, sono finita per innamorarmi di un dannato monaco inglese, dei suoi occhioni blu, dei suoi riccioli e poi, ovviamente, mi sono ritrovata a piangere tutto il piangibile per quello-che-tutti-noi-sappiamo-essere-successo.

Illusa, pensavo che questo fosse il massimo del dolore che avrei provato con Vikings, ma già gli ultimi episodi della season 3 mi avevano enormemente fatto cambiare idea.
E la quarta stagione non è stata certo da meno.
Tutti questi dieci episodi hanno visto come principale protagonista la minaccia di una morte incombente. E quando questa funesta premonizione pende proprio sulla testa di Ragnar, allora le cose si mettono davvero male, soprattutto da un punto di vista emotivo.
Ma, visto che farsi male è bello, non credo neanche sia tanto un paradosso affermare che da quando questa fortissima introspezione del personaggio principale ha avuto inizio, le cose per Vikings si sono fatte sempre più belle, poetiche e interessanti.

 
 
 

Hirst ha dato, fin dagli esordi, sempre grande spazio ad una componente onirica e mistica che trovo abbia raggiunto la sua apoteosi proprio in questi ultimi dieci episodi.
Qui ci siamo fisicamente introdotti nel labirinto emotivo di un Ragnar che ancora a distanza di tempo non riesce a superare ed accettare la morte del suo amico cristiano (sì Athelstan, neanche noi riusciamo ancora a pensare alla tua dipartita senza strette al cuore): condizione psicologica che si manifesta anche a livello fisico, debilitandolo e rendendolo così vulnerabile come prima non si è mai visto.
Non è un caso dunque, l’interesse morboso che Ragnar sviluppa nei confronti di Yidu, “la nuova straniera arrivata a Kattegat”. Ragnar in lei vede, così come aveva visto in Athelstan, il fascino di un realtà diversa, di un mondo lontano che esula dai monti e dal mare che delimitano Kattegat.
Yidu diventa il personaggio che proverà a “riparare emotivamente” Ragnar, ma che fallirà, poiché la ferita è così tremendamente aperta che neanche le sue “medicine” riescono a rammendarla.


Tutto così sembra preannunciare la fine di Ragnar, che ci viene mostrata da una parabola discendente: un piano inclinato su cui lui scivola sempre più in basso, acquistando man mano sempre più velocità. Le sue visioni del passato – con Lagertha, Athelstan, e i suoi figli ancora bambini fermi ad osservarlo sulla riva – rappresentano il fermo immagine di una felicità ormai scivolata per sempre via tra le mani, e divenuta adesso assolutamente inafferrabile.
Anche gli scambi tra Ragnar e Lagertha ormai portano con sé tutto quell’elemento nostalgico e carico di senso di colpa che riflette quanto i tempi passati siano ormai lontani e irrecuperabili, ma, al tempo stesso, ancora capaci di provocare dolore.
E tutto questo, così meravigliosamente rappresentato sullo schermo, ha suscitato tanta sofferenza e tanta bellezza al contempo, riuscendo ad innalzare ancor di più la preziosità di questa serie di History.

 
 

Come se non bastasse poi, l’altro grande scoglio dinnanzi a Ragnar in questa stagione è stato Parigi e il tradimento di suo fratello Rollo.
Il fallimento dell’assalto alla capitale francese è stato un altro durissimo colpo per il Re di Kattegat. Lo scontro tra lui e Rollo ha rappresentato un’altra grande scena dal forte impatto emotivo, che non ha fatto altro che confermare come quel passato di calma e serenità sia ormai irraggiungibile.
Parlando di Parigi è anche giusto menzionare Gisla, la “povera” moglie di Rollo, nonché figlia dell’imperatore, che dalla repulsione per quel “rozzo vichingo” arriva ad essere la donna più felice del mondo, cambiando idea su di lui praticamente in tempo zero. E chiamarla scema credo sia anche un po’ impossibile.
Spostandoci ancora geograficamente, abbiamo anche avuto la fortuna di rivedere le vicessitudini del nostro amato King Ecbert, di Judith, della principessa Kwenthrith e di tutti quei fantastici intrighi all’interno della corte inglese più incestuosa del mondo. Ma in fondo amiamo Re Ecbert & co. anche per questo.

 
 

L’episodio finale è stato puro godimento: non amo particolarmente le scene infinite di battaglie, ma questo scontro finale per provare il definitivo assedio di Parigi è stato trasposto così bene che non mi sono neanche resa conto della sua lunga durata. La disfatta dell’armata di Ragnar e il trionfo dei parigini guidati da Rollo è stato accompagnato dall’urlo di dolore del veggente di Kattegat e questa componente mistica ancora ricorrente ha reso il tutto davvero completo e soddisfacente.
Spiazzante poi il salto nel futuro, tornando a Kattegat un numero imprecisato di anni dopo la sconfitta. I figli di Ragnar sono ormai cresciuti (alcuni di loro anche parecchio bene lasciatemi dire, tipo che un “ciaone Ubbe” mi sembra proprio onesto da affermare) e il risentimento verso il “Re di Kattegat scomparso nel nulla” è parecchio forte, sia tra i figli che tra tutto il popolo.
E adesso, al suono di “who wants to be king?” ci tocca attendere fino all’autunno, per vedere se questo funesto presagio si avvererà e se Björn o chi per lui, sarà l’erede di questo immenso personaggio rappresentato da un Travis Fimmel sempre più in grado di portarci al pianto.
In tutto questo tempo, ci porremo soprattutto due importanti domande: dov’è stato Ragnar in tutti questi anni? E, soprattutto, dov’è Lagertha dopo essere rimasta ferita in battaglia?

Aspetteremo l’autunno stando un po’ come Ragnar in questa gif.

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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