True Detective: buona (anche) la seconda

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Siamo ancora negli Stati Uniti, ancora nel Sud ma nella più mainstream California, proprio vicino a Los Angeles, dove l’immaginario collettivo vuole che ci siano sempre venticinque gradi e che la gente sia sempre abbronzata. Tuttavia le atmosfere di questa seconda stagione di True Detective sono sempre oppressive e i campi lunghissimi sempre angoscianti e quindi no, sicuramente questa California non è la stessa che vedevamo in Baywatch. Le scelte stilistiche ci fanno capire che, sebbene tutti ci fossimo già messi l’anima in pace che non avremmo più rivisto Hart e Cohle, stiamo ancora guardando quella stessa serie che ci ha colpito nel profondo. Ne abbiamo già un’idea dalla sigla: la musica è diversa (“Nevermind” di Leonard Cohen, in caso ve lo stiate chiedendo come me che la sto cantando da ieri sera), ma il tema che vede le sagome dei personaggi “invase” dai paesaggi nella serie è sempre lo stesso. Adesso possiamo finalmente dirlo: True Detective è tornato.

 

Prima di premere play sulla prima puntata della seconda stagione mi ero detta che non avrei fatto alcun paragone con la prima stagione, che non ci sarei cascata, perché si tratta di due storie diverse e di personaggi diversi. Tutto diverso, insomma.

Poi però ripensandoci mi sono anche detta che se questa è la seconda stagione di True Detective forse un minimo di paragone è necessario. Non fraintendetemi, non ho intenzione di scrivere un articolo su quanto “la seconda stagione non riuscirà mai ad eguagliare la perfezione della prima”, frase che sta allo stesso livello di perle di profondità eccelsa quali “si stava meglio quando si stava peggio” e “non ci sono più le mezze stagioni”. Quello che voglio dire è che se la serie si chiama ancora True Detective, degli elementi di continuità anche a livello contenutistico ci devono essere.

Ma Nic Pizzolatto ci aveva promesso storia e personaggi diversi e in effetti così è stato. Nessun killer seriale (per ora), nessun sacrificio rituale, ma i loschi affari di una città che vengono messi in crisi dalla scomparsa (e poi morte) di un uomo, tale Casper, un politico corrotto e con un discutibile senso dell’arredamento.

È un po’ difficile dirlo dalla visione della prima puntata, ma il fil rouge di questa seconda stagione sembra quasi fin troppo chiaro: è già sui giornali che la corruzione la fa da padrona a Vinci e anche i nostri personaggi non sono da meno. Francis Semyon si definisce un uomo d’affari, ma il suo business esula dai limitanti confini della legge e, come ogni malavitoso americano che si rispetti, ovviamente lo vediamo già in combutta con i russi.

Ma anche i buoni non se la passano bene: c’è chi con la corruzione ci vive e convive, come il detective Ray Velcoro, che probabilmente ha perso la bussola nel momento in cui Semyon, da bravo diavolo tentatore e sfruttando il dolore per quello che era successo a sua moglie, lo ha spinto ad abbracciare un’idea di giustizia molto particolare, che comprende anche la vendetta personale.

C’è chi, come la detective Antigone – sì, AntigoneBezzerides, deplora un altro tipo di corruzione, quella morale, ma che per ironia della sorte quella corruzione ce l’ha proprio in casa, con una sorella troppo libertina e un padre che è stato meno padre di quello che avrebbe voluto.


E per finire c’è chi viene accusato di corruzione ma è vittima innocente, come l’agente Paul Woodrugh, l’unico che in realtà ha cercato di fare la cosa giusta –ancora è da chiarirsi se abbia rifiutato le avances della ragazza per dovere morale o per impossibilità fisica, a questo punto – ma che ne paga comunque le conseguenze.

Non è quindi così assurdo parlare di continuità contenutistica fra le due stagioni: sebbene sia solo la prima puntata, ciò che True Detective ci mostra ancora– con altre storie e con altri personaggi totalmente slegati e non paragonabili a quelli della stagione precedente – è che quello in cui ci troviamo è sempre quello stesso brutto e cattivo mondo e che le persone che ne hanno la consapevolezza ne sono contemporaneamente vittime e artefici. Riprendendo una frase di questa prima puntata della seconda stagione: “siamo tutti coinvolti”. E lo siamo anche noi spettatori.

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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