True Detective 2: le donne, il caos, la noia

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C’erano una volta due detective della Louisiana. Anzi no, facciamo che non c’erano. Sì, perché questa mia recensione partirà da un’assunzione molto semplice: che quella che si è appena conclusa non sia la seconda stagione di True Detective, ma la prima. Questo perché voglio mettere assolutamente in chiaro che i miei giudizi non sono fallati in alcun modo dal confronto con gli episodi per precedenti: voglio illustrarvi come queste otto puntate siano di fatto la resa televisiva di alcune scelte narrative molto poco oculate. E per fare questo non c’è assolutamente bisogno di paragoni.

Il pilot era partito bene: era riuscito a catturare l’attenzione tessendo una tela che si prometteva complicata ma interessante, dipingendo una realtà molto dark, fumosa e in cui, anche se non si capisce bene il confine tra il bene e il male, appare chiara una cosa: il mondo è un po’ un posto di merda e noi ce lo meritiamo tutto.

Ma un buon pilot non fa una buona serie. Per arrivare alla conclusione è necessario e fondamentale un buono schema narrativo e, ahimè, è qui che Nic Pizzolatto, autore della serie, ha compiuto qualche passo falso.

L’errore in realtà è stato uno, ma bello consistente: sto parlando dell’idea di dividere la storia spalmandola su quattro personaggi principali diversi. Ciò ha reso la trama ancora più confusionaria di quanto non fosse già, facendo diventare impossibile, di fatto, sia capire qualcosa della storia fino a circa il settimo episodio della stagione, dato che il sovraccarico di informazioni non permetteva di fare assorbire al pubblico nemmeno quei tre o quattro elementi fondamentali che spiegano come siamo arrivati dal punto A  al punto B dell’indagine; sia riuscire ad approfondire bene tutti i personaggi, tanto che spesso danno la sensazione di essere solo “abbozzati”, con forse l’eccezione di Ray Velcoro (ma do molto del merito a Colin Farrell).
Quattro storie, otto episodi, una vicenda che spazia da un furto di diamanti a complotti economico-finanziari: decisamente tanto materiale per una stagione sola. L’impressione che si ha è che l’autore sia incappato nella trappola del “fare tutto e farlo male”.

Anche se l’obiettivo di Pizzolatto era quello di raccontare i personaggi, l’eccessiva complessità della storia gliel’ha impedito, facendo perdere l’appeal della serie al grande pubblico, rendendo molto difficile il concentrarsi sia sui personaggi, sia sul caso in sé. In breve, la vicenda inutilmente complicata e la frammentazione narrativa hanno reso questa stagione di True Detective incomprensibile e noiosa.

La ripetitività della costruzione degli episodi di sicuro non ha aiutato la causa, visto che almeno tre puntate su otto ricalcano sempre la stessa struttura: alternanza ogni due minuti di monologhi, considerazioni sul mondo, nomi di persone di cui non ci ricordiamo né la faccia, né tantomeno il loro ruolo nella storia, per poi puntare sempre sul colpo di scena finale con l’obiettivo di invogliarci a vedere l’episodio successivo. Davvero non ci sono altri modi per concludere una puntata che non sia con l‘inseguimento/sparatoria adrenalinica? O è solo un espediente per svegliare il pubblico dall’abbiocco mortale?

Ma ecco che quando inizia a capirsi qualcosa, dopo l’omicidio di forse l’unico poliziotto veramente competente di tutta la stagione, siamo già arrivati all’ultima puntata della stagione: con l’interesse per il caso ormai ridotto a zero, quello che premeva era capire come i nostri protagonisti, incastrati e ricercati, sarebbero riusciti a non salvarsi la pelle.

Contro ogni pronostico, Ray riesce a scampare a una sparatoria dopo aver essersene uscito col piano peggiore mai concepito da mente umana: decidere che sia opportuno tenersi il killer vicino senza sequestrargli l’arma (un coltello? Seriously?!) mentre cerca di estorcere la confessione al capo della polizia. Parliamo di uno che ha eliminato il gingillo di una persona con l’acido, sicuramente quindi una persona squisita e molto equilibrata, teniamolo a 10 centimetri dall’uomo che vuole uccidere, no?
Frank invece sembra avere preso le redini della situazione in mano e sembra star ordendo la vendetta della storia: sguardo freddo (leggete: la solita faccia immobile di Vince Vaughn), un sacco di armi, un sacco di esplosioni, un sacco di soldi.
Ani invece non è pervenuta per gran parte dell’episodio: dopo la scopata più triste del secolo, racconta a Ray la storia del suo rapimento da bambina e poi passa la puntata nascosta nel bunker insieme alla barista, forse il personaggio più utile della stagione.


Insomma, tutto sembra incredibilmente andare per il meglio. Voglio dire, anche nella situazione più disperata, con i russi armati fino ai denti e cattivi come pochi, i nostri eroi riescono a scamparla.

Gli ultimi 30 minuti perciò si traducono in un gigante “vediamo come Ray riesce a rovinare tutto ora che sembra andare tutto bene”, a cui assistiamo con spirito rassegnato perché il lieto fine non sembra proprio essere coerente con le premesse della stagione.

E infatti Velcoro viene proprio tradito dal sentimento per il figlio, quando decide di andarlo a trovare di persona a scuola facendo l’errore più idiota di tutta la serie, perché ovvio che l’edificio sarebbe stato controllato. Ma mandargli un messaggio vocale come hai fatto per sette episodi ammorbandoci l’anima, no, vero? E a proposito di messaggi vocali, questa è stata proprio una cattiveria che ci potevano risparmiare:

 

E poi c’è Frank. Vorrei veramente non parlare di lui. Davvero, non vorrei. Perché si è fatto uccidere per un completo. Lo sappiamo tutti che nel poetico simbolismo di Pizzolatto la giacca è simbolo del suo egoismo e del suo essere affezionato a un ruolo che aveva scelto per sé ma che non era minimamente adatto a lui. Poteva avere la nuova vita accanto alla moglie, invece ha preferito la filosofia spicciola del “io non mi tiro mai indietro”.

Ma insisto su questo punto: il caro Frank Semyon, gran bullo della Valley che a quanto pare è stato fregato da chiunque, rimane effettivamente ucciso perché, nel momento in cui tutti se ne stanno andando, un tizio che probabilmente non ha nemmeno vent’anni gli chiede la giacca e lui non gliela vuole dare, asilo Mariuccia’s style. Sopravvivi ai russi, ma non puoi sopportare di uscire dal deserto senza il completo di Armani. Una conclusione quasi meno interessante della recitazione di Vince Vaughn.

È quindi lampante come alla fine sia un mondo di donne, quello che sopravvive: Ani, Laura, Jordan, Emily, la mamma di Woodrugh. E se come sospetto Pizzolatto voleva metterci sotto un qualche messaggio “femminista” (ricordiamo che era stato criticato, durante la prima stagione, per come aveva dipinto le donne), forse era meglio evitare: se vogliamo proprio metterla su questo piano, in questo caso le donne sopravvivono perché, alla resa dei conti, rimangono fuori dallo schema di azione, impotenti davanti alle gesta suicide degli uomini, ai quali consigliano la strada giusta da seguire ma, proprio come delle moderne Cassandre, non vengono mai ascoltate. Laura ammanettata dal fratello mentre cerca di farlo desistere dall’uccidere Holloway, Emily rinchiusa in una camera di motel con la futura suocera mentre il suo fidanzato continua, contro i suoi consigli, ad investigare; Ani che esorta Ray a tornare subito indietro ma lui si ferma sulla strada e segna il suo destino sono gli esempi lampanti.

Le donne in questo caso risultano le uniche assennate perché sanno quali battaglie combattere ma sono anche senza armi per farsi rispettare, gli uomini invece sono solo orgogliosi che non riescono a percepire fino in fondo che quella che stanno combattendo è una battaglia contro i mulini a vento. Al centro di tutto questo ci siamo noi, che ormai di distinzioni e soprattutto di contrapposizioni dicotomiche assolute tra “come sono/cosa fanno gli uomini” e “come sono/cosa fanno le donne” ne abbiamo abbastanza.

Quello che ci rimane è una morale amara su come, alla fine, nemmeno le sopravvissute si vogliono impegnare a rimediare all’ingiustizia imperante. Ciò che è successo è stato raccontato da Ani al giornalista, ma a quel punto il suo dovere è finito: non è più la sua storia e può andare avanti. Non importa se si otterrà giustizia, perché tanto quello che è stato tolto a lei e alle altre va ben oltre. Può quindi solo cercare di concentrarsi sul mondo che le rimane, sempre armata di coltello, perché “l’aspetta un lungo viaggio”, e lei lo sa bene.

Una stagione quindi che è partita bene e che si è conclusa in modo dignitoso, ma che non è riuscita a trovare un equilibrio tra una trama fittissima e protagonisti non troppo memorabili, ma che sicuramente avrebbero potuto esserlo se fossero state prese altre decisioni narrative. In sintesi, la storia di un’occasione mancata che avrebbe potuto catturare molti spettatori ma che invece ha alzato troppo il tiro e ha mancato quasi del tutto il bersaglio. Adesso ci sarà una terza stagione: quanti di voi avranno il coraggio di guardarla?

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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