Tru Calling e gli “Aiutami!” inaspettati

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Ammettiamolo: molti di noi sono sprofondati nel magico mondo delle serie tivvù grazie soprattutto al genere sovrannaturale: tra gli anni ’90 e ’00 il piccolo schermo pullulava già di vampiri, stregoni, demoni, alieni e compagnia bella attraverso show come Streghe, Buffy l’Ammazzavampiri, Sabrina Vita da Strega e X-Files: insomma, i telefilm addicted avevano già una certa cultura del sovrannaturale già prima che Harry Potter dilagasse in tutto il mondo, cambiando le nostre vite per sempre (e in meglio #ThanksAuntJo), risvegliando l’interesse generale per il fantasy e la magia.

Tuttavia, non sono certo necessari fantasmi, licantropi e quant’altro per tessere una trama sovrannaturale come si deve: a volte gli esseri umani sono più che sufficienti, spesso se sono morti e, soprattutto, se parlano.

Estate 2005.
In Italia iniziano a trasmettere in seconda serata le avventure di questa ragazza dalla faccia familiare (“Ehi, ma è Faith senza rossetto viola!”) che si ritrova a correre da una parte all’altra della città con una sciarpettina sminchia che non serve a niente.

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I personaggi che corrono fino quasi a sputare un polmone mi hanno sempre incuriosita: sarà che io non corro per niente, ma fatto sta che il concetto “corri e salva il mondo (o te stesso)” lo trovo affascinante tuttora…

Spam gratuito doctorwhoviano.

… Se, poi, il concetto si trasforma in “corri e salva i morti”, allora hai tutta la mia attenzione.

Esistono tanti modi per classificare una serie tivvù, anche in base al rapporto tra vivi e morti all’interno dello show (giuro di non essere un’emo ossessionata dalla morte! Anche perché gli emo non esistono più): ci sono serie in cui i vivi aiutano i vivi, i morti aiutano i morti, i morti aiutano i vivi e i vivi aiutano i morti. Tru Calling fa parte di quest’ultima categoria e forse è arrivato finalmente il momento di parlarne un po’ più nel dettaglio, tanto per rinfrescarci la memoria.

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Tru Davies è una studentessa di medicina che, per sfiga, si ritrova a lavorare in un obitorio. L’atmosfera, insomma, non è delle migliori e la faccenda si fa veramente “curiosa” quando il cadavere di una ragazza gira di scatto la testa verso Tru e pronuncia una sola parola: “Aiutami”.

Questa sarà solo la prima di una serie di cadaveri dai quali ti aspetti da un momento all’altro il fatidico “Aiutami”, ma ogni volta sarai destinato a prenderti ugualmente uno sghetto (o forse sono io ad essere una caga-sotto). Quella che sembra una richiesta di aiuto, poi, è più simile ad un vero e proprio ordine: infatti, ogni volta che un morto pronuncia la fatidica parola, Tru è destinata a rivivere la giornata, cercando di fare in modo che quel cadavere non diventi mai un cadavere. Sì, insomma, è il classico superpotere che sembra più una supermaledizione: tuttavia, il vero potere di Tru Davies è quello di avere sempre un vento favorevole da pubblicità per lo shampoo.

“Perché io valgo”.

La situazione sarebbe veramente catartica se Tru non avesse nemmeno una spalla su cui piangere/confidarsi/lamentarsi della vita (e della morte): e il suo confidente super-leale si rivela fin da subito essere Davis, il suo datore di lavoro, quel Zach Galifianakis che il mondo intero conosce per Una Notte da Leoni:

In Tru Calling, però, Gali-coso (non ho nemmeno la forza di copia-incollarlo) è un inoffensivo nerdone a cui non si può non voler bene. Ad un appuntamento, i suoi unici argomenti di conversazione sono le autopsie e Il Signore degli Anelliditemi se non è da sposare.

Ma, come ogni superpotere che si rispetti, questo dono (quello di poter aiutare i morti, eh, non quello del vento) ha delle ripercussioni sulla vita sociale della protagonista: come se il turno di notte in un obitorio non fosse sufficiente. Impossibile scordare la vita sentimentale di Tru e l’immancabile fidanzato (che non è altri se non Matt Bomer di White Collar), il quale prima la scarica e poi si ritrova morto, causa complicazioni della trama: ovviamente da lui non viene nessun “Aiutami” improvviso, altrimenti, ehi!, sarebbe troppo facile.

Oltre a quella sentimentale, non è facile nemmeno la vita familiare: non solo Tru ha una sorella incredibilmente stronza, ma pure un padre assente e una madre che, beh… è semplicemente morta. Uccisa davanti a lei quando era solo una bambina. Insomma, le piccole tragedie di tutti i giorni, come sbattere il gomito contro uno spigolo.
Per fortuna c’è anche Harrison, il classico fratello mezzo-delinquente che, però, fa di tutto per essere una brava persona: e di lui parlo solo bene perché ai tempi avevo una cotta latente per lui, quando ancora pensavo che il suo nome fosse Allison (insomma, la doppiatrice di Eliza Dushku lo pronunciava in modo strano, ok?). Infatti non riuscivo a capire perché avesse un nome da donna. Vabbeh.

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“HaRRison. Il mio nome è HaRRison”.

Ma ad essere tragica non è solo la vita di Tru: lo è anche quella dello show stesso. Cancellato prematuramente per mancanza di ascolti, conta solo una stagione e mezzo: sì, perché della seconda serie uscirono solamente sei episodi, senza nemmeno una conclusione, decente o meno che fosse. No. Semplicemente, una fine non c’è. E fu straziante. Lo è ancora, se ci ripenso.

Sì, fu/è straziante perché la serie venne abbandonata proprio nel bel mezzo di tante sottotrame destinate a non essere mai risolte, prima tra tutte la rivalità tra Tru e Brandon Walsh Jack Harper, vero e proprio opposto della protagonista, il quale si doveva assicurare che i morti rimanessero morti (il che, a parer mio, era una figata di ruolo). E la questione dei genitori di Tru? A quanto pare, la madre aveva lo stesso dono della figlia, mentre il padre ricopriva il medesimo ruolo di Jack: insomma, viene da chiedersi come questi due abbiano potuto sposarsi e generare tre figli (infatti poi non è finita per niente bene)! Beh, tanto non lo sapremo mai.

Ma c’è sempre una consolazione.
(No, non è vero che c’è sempre, ma in questo caso c’è).
Sulla saggia Wikipedia, sempre gran fornitrice di risposte a dilemmi impossibili, si può leggere che una delle scrittrici della serie, tale Doris Egan, aveva accennato ad alcuni dei possibili risvolti della serie, tra cui:

– Il nuovo fidanzato di Tru, Jensen, sarebbe diventato un serial-killer dopo essere stato salvato dalla morte, nonostante non avesse mai chiesto l’aiuto della ragazza. Tru si sarebbe ritrovata a chiedere l’appoggio di Jack, in modo da riuscire ad ucciderlo: ditemi se questo non è sconvolgente.
– Tru e Jack avrebbero affrontato altre anomalie nei loro “soliti” viaggi del tempo: sarebbero stati in grado di portare altre persone insieme a loro e avrebbero scoperto l’esistenza di dimensioni parallele alla nostra.
– Nella seconda serie, l’ultima vittima a chiedere aiuto a Tru sarebbe stata la sua sorellastra, una bambina di dodici anni. Jack, come al solito, l’avrebbe ostacolata, per poi però essere ucciso dal padre di Tru, del quale era alleato. La serie sarebbe terminata con il cadavere di Jack che chiede aiuto proprio alla sua rivale.

 I dettagli di questi possibili sviluppi all’interno dello show possiamo solo immaginarceli, specialmente dopo un rewatch compulsivo che, ahimè, con sole 26 puntate non può durare a lungo. “Aiutami” è stata anche la supplica della serie stessa, ma l’affetto di fan e appassionati spesso non è sufficiente: e ce ne rendiamo conto sempre di più, anno dopo anno, tra atroci sofferenze.

Vain
Gattofila Serpeverde, attendo invano che Robb Stark resusciti come licantropo; Tennant ha invaso camera mia con la sua faccia; ho un'insana mania per i musical e per tutto ciò che fa rima; leggo #UnFumettoAlGiorno e scrivo per Blue Box Series e Mangaforever; intanto, vado a caccia di idee per sceneggiature e cose varie.

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