Thirteen: ognuno si salva da solo (fin troppo)

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Tempo di lettura previsto: 5 minuti

Attenzione! Questo articolo contiene degli spoiler!

Mi disprezzo veramente molto quando penso qualcosa di brutto su una serie tv british.
Nella mia mente, infatti,  la BBC non ne sbaglia una, perciò quando alla fine di una delle sue miniserie mi ritrovo a non urlare al capolavoro penso sempre di avere sbagliato qualcosa io. Problemi di autostima, forse? Può essere.

Mi sono offerta di recensire Thirteen che avevo solo sentito i pareri entusiastici del Twitter a cui credo sempre ciecamente, ma purtroppo quando mi sono trovata davanti il foglio di Word bianco ho pensato che non sarei riuscita a scrivere qualcosa con cui qualcuno di voi potesse essere d’accordo. Ed è per questo che ho cercato di scaricare la responsabilità che mi ero accollata su qualcun altro qui sul blog che sembra molto più convinto di me della serie, ma mi ha detto male, quindi niente, eccomi qui.

La storia di Thirteen sulla carta aveva tutte le carte in regola per appassionarmi e così effettivamente è stato per tre episodi su cinque: una ragazza ventiseienne, Ivy, riesce a scappare dal suo rapitore dopo 13 anni di prigionia, ma il suo ruolo all’interno della vicenda fa sorgere molti dubbi. È complice del rapitore? Nasconde qualcosa? Come è riuscita a scappare? Ma soprattutto: la polizia può fidarsi di lei per ritrovare Phoebe, la bambina che è stata rapita al posto suo quando lei è scappata?

A questo si aggiunge l’ottimo modo con cui è stato approfondito l’impatto sconvolgente che ha avuto il ritrovamento e il reinserimento di Ivy nelle dinamiche familiari: la sua vita per tredici anni si è fermata, mentre quella dei suoi parenti e amici è andata avanti  e Ivy, più di tutti, è sensibile a questi cambiamenti e sconvolta quando capisce che stanno cercando di nasconderglieli per non turbarla ulteriormente.

Ma allora qual è il mio problema con questa serie tv? Ci ho pensato per un po’, appena ho finito l’ultimo episodio con una punta di delusione, e sono arrivata a questa conclusione: quello che mi ha infastidito enormemente è stato il ruolo della polizia.

Inizialmente il fatto che i due detective principali non riuscissero a mettersi d’accordo sul ruolo di Ivy nel rapimento – uno vuole a tutti costi vederla come una martire, mentre l’altra vuole a tutti costi vederla come un’imbrogliona – è funzionale ad instillare nel pubblico i dubbi sulla ragazza. Proprio come loro e complice l’eccellente interpretazione di Jodie Comer, anche noi spettatori infatti dividiamo i nostri sospetti e cambiamo idea su di lei almeno due o tre volte a puntata.

Tuttavia, è evidente come ad un certo punto quello che emerge sia quanto a questa serie manchi la figura di un detective competente. Attenzione: quando dico competente non intendo “immune al commettere errori”, ma semplicemente un pelo più in grado di gestire la situazione che la storia ci propone.

Le puntate infatti vanno avanti tra interrogatori faziosi (perché ognuno dei detective fa inevitabilmente trasparire i suoi pregiudizi nel modo di rivolgersi alla ragazza) rivolti a una mente evidentemente provata, dimenticandosi del tutto la parte psicologica che, in un caso del genere, avremmo dovuto vedere più presente. Insomma, non dico dovesse diventare Criminal Minds, ma questa serie avrebbe dovuto avere talmente tanti  psicologi da farci pensare che piovessero dal cielo. Gli interrogatori vanno avanti anche quando è evidente anche a tutti noi che qualunque cosa abbia fatto o subito Ivy, lei in primo luogo è vittima di una vicenda che nessun essere umano può riuscire a superare senza uscirne distrutto: è quindi inutile trattarla da colpevole o da martire, bisognerebbe, piuttosto, trattarla da – passatemi il termine un po’ forte – malata.

Un altro punto a sfavore della serie è che non mi è chiaro su cosa esattamente vertesse la storia raccontata in Thirteen: su Ivy? Sul rapimento di Phoebe? Sulla cattura del rapitore? Inizialmente sembra che questi ultimi elementi siano solo un contorno a quello che è il mistero di Ivy, che però si svela tra la terza e la quarta puntata in un modo un po’ anticlimatico. Mi è sembrato inoltre che la serie ci portasse ad aspettare l’arrivo di un plot twist incredibile sul rapporto tra la ragazza e il rapitore, che però non c’è stato: che lei fosse rimasta incinta di lui si era intuito da una frase che aveva detto all’inizio della prima puntata all’assistente sociale (che chissà perché non è stata riportata alla polizia). Se proprio devo fare la puntigliosa, poi, questa è il genere di cosa che un medico ginecologo controlla subito, soprattutto quando si ritrova a visitare una ragazza che ha passato metà della sua vita in una cantina alla mercè di  un pazzo psicopatico: purtroppo, però, di referti medici non si è mai fatto parola in nessuna delle cinque puntate.

Quello che mi piace delle serie tv crime inglesi è quanto riescano a dipingere con fedeltà quello che è il mondo della polizia, compresi i difetti e i limiti, ma in Thirteen si è davvero esagerato. Se non ci fosse stata la polizia, la storia di Ivy si sarebbe comunque risolta da sola: lei infatti si libera entrambe le volte a prescindere dalle azioni dei “custodi dell’ordine”, che, anzi, più che fare casini e complicare la situazione non fanno.

In sintesi, una bella sigla (“In your dreams” dei Dark Dark Dark), degli ottimi attori, davvero un’eccellente Jodie Comer e un’incredibile lezione: se c’è infatti una cosa che mi ha insegnato Thirteen è come anche nelle serie tv britanniche la polizia può essere utile quanto i carabinieri in un episodio di Don Matteo. E, non so perché, questo stranamente mi consola.

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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