The Leftovers season 2, il vero miracolo di Miracle

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Tempo di lettura previsto: 6 minuti

Ci sono cose che non possono essere espresse a parole riuscendo a lasciare immutato il loro alone di forza e bellezza: The Leftovers season 2 è senza dubbio una di queste.
Sarà estremamente difficile provare a rendere nero su bianco il turbinio di sensazioni sinestetiche che questi dieci episodi trasmessi da HBO hanno suscitato e in qualche modo so già che non riuscirò ad essere all’altezza di questo compito, qualsiasi cosa io decida di dire a riguardo.
Se dovessero chiedermi di definire in poche parole la seconda stagione di The Leftovers, lo farei in questi termini: non è stata una serie tv, bensì un’esperienza che ha coinvolto tutti i sensi.

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The Leftovers è quella serie che già a partire dal pilot riesce a straniare lo spettatore, spiazzandolo e suscitando in lui più interrogativi che risposte. E chiunque pretenda che queste domande vengano in qualche modo esaurite nel corso della narrazione, rimarrà profondamente deluso, ma soprattutto, non sarà mai in grado di apprezzare davvero la poesia e il messaggio potente che questa serie vuole comunicare.
La season 1 è servita più che altro a guidare lo spettatore in questa direzione: una volta compreso e accettato questo patto implicito tra egli e tale modalità di racconto, ecco che si apre lo spazio del dialogo, della sperimentazione, e della capacità di cogliere la straordinarietà di questo viaggio alla scoperta del caos, del dolore e della vita umana.

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E’ per questo che la seconda stagione di The Leftovers si apre con una scelta coraggiosa e inusuale nel mondo della narrazione seriale: Axis Mundi (questo il titolo della 2×01) si rivolge già ad uno spettatore maturo, che si è affidato e fidato di The Leftovers e ha deciso di continuare a farlo per un’altra intera stagione.
E così ecco che passiamo i primi 48 minuti di season premiere vedendo cose che in apparenza non c’entrano assolutamente nulla con quanto visto nei dieci episodi precedenti: assistiamo alla nascita di un bambino primitivo e alla morte della madre cavernicola per poi tornare in quello stesso luogo miliardi di anni dopo, al nostro presente, con una famiglia mai introdotta prima, quella dei Murphys.
Roba da chiedersi a gran voce cosa c’entri tutto questo, chi siano questi personaggi dei quali stiamo spiando la loro quotidianità senza saperne neanche il motivo. Ma la realtà è che alle spalle vi è una narrazione così solida ed efficace che pur suscitando in noi queste domande, fa provare fin da subito l’impulso non tanto di capire il perché, bensì di proseguire con lo sguardo nelle loro vite e vedere che direzione esse prenderanno, chiunque essi siano.

 
 

Questo è stato il punto di partenza nonché tutto il filo conduttore della season 2. Se nella prima stagione protagonista assoluto era Kevin, e poi Kevin e Nora insieme, con il loro dolore e il loro gravitarsi intorno l’un l’altro per provare a non prendere la definitiva deriva, qui assistiamo ad un cambio di rotta che probabilmente nessuno di noi avrebbe mai ritenuto così funzionale: ogni episodio approfondisce le vicende e la psicologia di ciascun personaggio, primario o secondario che sia, rendendolo per quell’ora di puntata l’assoluto protagonista.
Ma The Leftovers fa persino di più: in quell’ora ti fa dimenticare dell’esistenza di ogni altro comprimario, non facendoti sentire la mancanza di nessuno di loro e facendoti amare profondamente tutto quanto stai vedendo attraverso lo schermo.

 
 
 

Bellissima è l’idea, e la provocazione, di mostrarci i Murphys prima ancora di farci capire che essi saranno i nuovi vicini di casa di Kevin e Nora in questa nuova quanto enigmatica cittadina del Texas di nome Miracle.
Nora è quel personaggio che nella prima stagione avevamo visto distrutto dal dolore della perdita, con una Carrie Coon eccezionale che aveva reso la sofferenza un qualcosa di palpabile.
Nella seconda stagione la vediamo prendere la sua nuova famiglia e trasferirsi con essa a Miracle, questo strano luogo – l’unico al mondo – in cui quel fantomatico 14 ottobre 2012 nessuno è scomparso nel nulla. La sua speranza è quella di proteggere se stessa e i suoi nuovi cari dalla possibilità di una nuova sudden departure, prospettiva che questa volta la distruggerebbe definitivamente.

 
 

Kevin e Nora sono due personaggi distrutti, che insieme, in questa nuova casa e in questa nuova vita, provano a raccogliere i rispettivi cocci e a metterli di nuovo insieme, e nel farlo – uniti – suscitano tenerezza, commozione e poesia. E’ come se dalla collisione di questi due individui privati di gioia e speranza si riaccendesse una scintilla, che si alimenta reciprocamente. Sono due sbandati, ognuno alle prese con i propri demoni, che provano a tirare avanti come meglio riescono, uniti nonostante tutto, perché è l’unico modo che conoscono per provare a reinventarsi e a tirare avanti, giorno dopo giorno.

 
 

Justin Theroux in questa seconda stagione ha dimostrato una maturità attoriale definitiva, reggendo episodi difficilissimi quali International Assassins e I Live Here Now quasi tutti sulle sue spalle, perché focalizzati sul suo punto di vista e sul suo percorso di ascesa all’inferno e di ritorno alla vita.
International Assasins in particolare credo che possa essere catalogato come una delle ore più belle che la televisione abbia mai realizzato, con quel clima tipicamente Lostiano che ha messo in luce tutte le caratteristiche e i punti fermi della scrittura dello sceneggiatore Damon Lindelof.
Elogio anche a Liv Tyler che nell’episodio Ten Thirteen così come nel season finale ha dato alla sua Meg un’aura di lucida follia capace di far raggelare il sangue anche solo attraverso lo sguardo di quei suoi ipnotici occhioni blu.


 
 

Ma non si potrebbe parlare della seconda stagione di The Leftovers senza soffermarsi sulle sue straordinarie musiche, rese vero e proprio personaggio, dotato di consistenza e presenza scenica propria. Si inizia da una rinnovata sigla, bellissima e molto significativa: la prima stagione presentava un’opening espressione papalpabile di angoscia e dolore, mentre ora la sigla è incentrata sulla speranza, la presenza sì di domande, unita però alla volontà di andare oltre alla mera ricerca di risposte per vivere la vita, come essa si presenta. Se vogliamo, anche una sorta di metafora di come lo spettatore debba vivere il rapporto con questa serie.

Everybody’s wonderin’ what and where
They all came from
Everybody’s worryin’ ‘bout where they’re gonna go
When the whole thing’s done
But no one knows for certain and so it’s all the same to me
I think I’ll just let the mystery be

Si prosegue poi con musiche liriche, con il Va Pensiero, con musiche decisamente più tamarre ma perfettamente consone al contesto, per sfociare poi in quei momenti di pura poeticità con il main theme di Max Richter, con le note di quella musica di pianoforte che emoziona e trasforma tutto quanto in un’esperienza indimenticabile di visione, di ascolto, di percezione.


The Leftovers
season 2 ha regalato dieci ore di intensissima televisione e di approfondimento sulla vita. Il messaggio finale è che nemmeno a Miracle ci sono miracoli, persino quel luogo dall’alone quasi mistico alla fine si trasforma in una specie di rave party fatto di violenza e perdizione. Ma l’ultimo sguardo è di speranza: un Kevin sanguinante affronta e sconfigge i suoi demoni e ritrova tutti i suoi cari, dalla ex moglie Laurie, al nuovo amore Nora, fino ai suoi figli, tutti lì riuniti ad attenderlo e a ricordargli che ha vinto e nonostante tutto ora è a casa.

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kevin

Un season finale dal sapore di series finale, molto autoconclusivo e capace di lasciare aperta la porta della speranza. Sarebbe perfetto concludere il cammino di The Leftovers così, ma la verità è che è stato un qualcosa di così bello che il solo pensiero di lasciarlo sfuggire è doloroso, per cui HBO fai il tuo dovere e rinnova tutto questo, perché difficilmente troveremo altro che possa esserne anche solo vagamente all’altezza.

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Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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