The Fall: la caduta (di stile)

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti

Attenzione! Grossi spoiler sul series finale!

Se c’è qualcosa che le serie TV british ci hanno insegnato è sapere quando fermarsi. Questo perché il proverbio “battere il ferro finché è caldo” funziona in pochissimi casi nel mondo della TV e, come abbiamo drammaticamente scoperto con la terza e ultima stagione, The Fall non è decisamente uno di questi.
Sarò sincera: ho iniziato a vedere questa serie un paio di anni fa, essenzialmente per capire se Jamie Dornan avesse un problema con la recitazione o fosse proprio la qualità della sceneggiatura di Cinquanta sfumature di grigio ad azzerare ogni tipo di talento del cast.

(Ma il fatto che sia stato scelto per interpretare Christian Grey dopo averlo visto nei panni di un omicida-stupratore-perverso-assassino non è indice di qualcosa? I’ll leave you to your deductions)

La curiosità iniziale è stata poi sostituita da quella sensazione simile ad eccitazione che prende qualsiasi serie tv addicted nel momento in cui si rende conto che quello che sta vedendo potrebbe non solo essere qualcosa di molto più che decente, ma addirittura qualcosa di bello. Assodato che il caro Jamie sapasse recitare, guardando questa serie ho capito quanto il direttore del casting fosse proprio in stato di grazia quando ha scelto Gillian Anderson per vestire i panni di Stella Gibson, la detective competente, intelligente, forte ma allo stesso tempo fragile, con una messa in piega sempre perfetta, in qualunque momento e a qualunque ora.

(Ogni discorso di Stella ha l’hashtag #girlpower)

In generale, The Fall si è distinta per la grande attenzione che ha sempre riservato ai personaggi: per quanto i protagonisti potessero essere diversi, la loro grande intelligenza, il loro continuo avvicinarsi l’un l’altro in una sorta di perverso gioco al gatto e il topo e i continui parallelismi fra loro ci fanno quasi dimenticare che i due abbiano passato pochissimo tempo effettivamente insieme nella stessa stanza. The Fall proprio sui personaggi ha costruito una storia appassionante, mai affrettata ma ricca di contenuti, che è culminata con la cattura a sorpresa di Paul Spector durante la seconda stagione. Tutto sembrava andare per il meglio e io, che volevo proprio rimanere esaltata per la serie, ho scelto più o meno inconsciamente di seppellire nel dimenticatoio la caduta di stile che ha spinto gli sceneggiatori a decidere che fosse una buona idea far ferire il serial killer in una rocambolesca sparatoria degna di serie tv molto più scarse di questa.

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La terza e ultima stagione quindi si presentava come un gigantesco punto di domanda: partendo dal fatto che per ovvie ragioni Spector non potesse morire dissanguato, dopo la confessione fornita a Stella il suo biglietto di sola andata per la prigione sembrava ormai certo. Di sicuro non pensavo che The Fall sarebbe diventata vittima delle due trappole che si innescano nel momento in cui una serie tv si dilunga troppo.

Fall

 

La prima trappola è il (parziale) cambiamento genere. Mi spiego meglio: se inizio una serie thriller, con un assassino che uccide le persone, l’investigatore che lo insegue e tutti i luoghi comuni del genere, la serie in questione non si può nemmeno avvicinare al legal drama. Il ragionamento “voglio raccontare tutta la storia” si ferma nel momento in cui si pensa a cambiare genere: un procedural/thriller che diventa legal drama perderà inevitabilmente appeal per quelle persone che si aspettano tutti quegli elementi del procedural. Quando ho iniziato a vedere avvocati, ipotesi di cavilli per scagionare Spector, ho avuto il serio impulso di buttare il computer fuori dalla finestra.

Il secondo fattore è il ridicolo che, non c’è quasi nemmeno bisogno di dirlo, ha la sua massima espressione nella fantomatica perdita di memoria del “povero” Paul, una scusa poco originale per allungare – ormai è chiaro – una storia che avrebbe tranquillamente potuto concludersi con due puntate in più in coda alla seconda stagione.

“Ma sì, facciamolo assistere dall’unica infermiera che è esattamente il tipo di donna che Spector si diverte a torturare e uccidere, perché no?”

Intendiamoci, non è una questione di ritmo narrativo: per quanto The Fall sia sempre stato indiscutibilmente lento, la tensione continua non mi ha fatto mai annoiare.  Tuttavia cinque puntate intere a osservare Spector che interpreta la Fata Smemorina mi ha fatta, oltre che innervosire immensamente, sbadigliare più di una volta, soprattutto perché questo continuo temporeggiare a vantaggio di un ulteriore approfondimento sulla vita del killer non era più interessante. Arrivati a questo punto della storia è la punizione che conta, non le motivazioni del mostro.

La sorte della stagione si risolleva giusto all’ultima puntata, quando il vero Paul risorge dalle ceneri e mette in atto un’escalation di violenza che lo porta infine al gesto più estremo di tutti. Il controllo sulla vita e sulla morte che Spector sadisticamente esercitava sulle sue vittime viene rivolto infine su se stesso, togliendo così, di fatto, la vittoria dalle mani alla Gibson. Infatti, nonostante Paul Spector sia morto, non è mai stato giudicato colpevole, e quindi non è stato lui ad avere la fine peggiore: quella l’ha avuta Stella, che si è vista soffiare ogni possibilità di giustizia per tutte le vittime.

La fine di The Fall di per sé è agrodolce, in linea con lo stile della serie e non mi sarei aspettata niente di meno. Tuttavia la gestione delle puntate e dell’arco narrativo danno la netta sensazione che sei puntate incentrate sull’ipotetica perdita di memoria e sulla linea difensiva del killer potevano sinceramente essere gestite meglio: uno scivolone non perdonabile e che permette a una serie ben scritta, appassionante e ben recitata, di lasciare l’amaro in bocca a noi spettatori.

Valentina

26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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