Sherlock Special: The Abominable Bride

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Tempo di lettura previsto: 7 minuti

Oggi parliamo di aspettative. Le aspettative sono infami, perché portano a due reazioni:

  • ci si aspetta troppo e si rimane delusi
  • ci si aspetta poco e si rimane esterrefatti.

Ora, partendo dal fatto che credo fermamente che passare il tempo  non aspettandosi nulla conduca a una vita di merda, voi capirete come le aspettative nella vita non possano essere che catalogate come “infami”. E lo sono ancora di più se segui una serie come Sherlock, che fa dell’aspettativa e in generale del tempo passato fra una stagione e l’altra non solo una caratteristica, ma anche un vanto. Il rischio di rimanere poco soddisfatti è, in altre parole, altissimo.

Metto subito le mani avanti dicendo che non esiste sulla faccia della Terra un’altra serie TV che dimostri di avere così sotto controllo e di prendere coscienza così bene del mondo extra narrativo. In Sherlock, fin dall’inizio, tutto è meta, tutto è strizzatine d’occhio ai cultori del canone, ma ancora di più lo è diventato nella terza stagione, quando noi siamo entrati nella storia in veste del fandom di Sherlock Holmes.

Alla luce di questo, a che livello lo mettiamo questo Speciale? Qui abbiamo un remake del remake. Abbiamo una sorta di play within the play. Abbiamo tanti livelli di sogno/viaggione che Inception levate. E poi ci siamo ancora noi, che di nuovo dobbiamo proprio toglierci il cappello davanti a questo episodio che ha messo veramente in risalto di cosa e di quanto questa serie è capace.
Per quanto riguarda la parte ambientata nel 1895, si può dire che essa abbia reso giustizia alle storie di Doyle: se siete vagamente appassionati, avrete notato il riferimento esplicito al racconto I cinque semi d’arancio e a Ricoletti, uno dei tanti casi citati solo di sfuggita dal buon Watson, in questo caso ne Il cerimoniale dei Musgrave. La sposa-fantasma di Moffat e Gatiss perciò si inserisce tranquillamente nel continuum spesso allucinato del canone, dato che la componente paranormale (il mastino dagli occhi rossi ne Il Mastino dei Baskerville, per dirne una) o esotica/del terrore (La faccia gialla, La banda maculata) è sempre stata cara all’autore, che non ha mai esitato a giocarci all’interno delle sue storie.


Il mistero è stato pieno di suspense, di azione, di intrigo, esattamente quello che mi sarei aspettata da un’avventura se fosse stata scritta da Doyle in persona: in pratica qualcosa che solo Sherlock Holmes avrebbe potuto risolvere – anche se, in questo caso, è stata Mary a dare una mano notevole.
Emelia Ricoletti si sacrifica per diventare l’eterno emblema di una lotta sotterranea che vede delle donne abusate, sottovalutate e maltrattate ordire una “vendetta a lungo termine” contro gli uomini carnefici  (se volete farvi un’idea delle polemiche sul femminismo che si sono scatenate leggete qui, io sinceramente me ne chiamo fuori). Ma le cose si fanno ancora più interessanti quando a più di metà della puntata arriva un plot twist veramente degno di questo nome, grazie al quale scopriamo che il vero mistero è il luogo in cui siamo immersi e che tutto ciò che abbiamo visto altro non è che un espediente per risolvere l’altro caso, quello di Moriarty che, se ve lo siete dimenticato, si è sparato in bocca e sembra essere tornato dal mondo dei morti esattamente come la nostra sposa fantasma.

Ebbene, Sherlock, dopo averci detto nemmeno troppo per il sottile che “non è mai il gemello” (altro riferimento al canone, in cui si accenna al fratello gemello di Moriarty che, fra l’altro, è pure suo omonimo), ci conferma che effettivamente il suo acerrimo nemico non è vivo, ma che qualcuno lo sta usando come simbolo per portare avanti la sua lotta. Una lotta a cosa o a chi ancora non si sa, ma i miei 2 centesimi vanno su “Inghilterra” e “Londra in pericolo”, ché tanto finisce sempre così (Doctor Who docet).

Il contrasto delirante tra epoca vittoriana e moderna in continuo alternarsi verso la fine della puntata ci fa notare quello che Holmes stesso dirà ad alta voce in battuta di chiusura: dovunque lo metti Sherlock , per quanto immerso nella sua epoca, risulta essere sempre un personaggio senza tempo perché non rientra mai pienamente nelle regole della società in cui vive. È “strano” nel 1895 per il suo rifiuto del matrimonio, è altrettanto “strano” nel 2014 per la sua passione per le droghe ricreative. Il fatto stesso che non si riesca mai ad incasellarlo lo rende un personaggio sempre attuale.

Davanti a questo episodio possiamo definitivamente mettere a tacere l’idea che gli autori stiano facendo un semplice remake del canone ambientato ai giorni nostri: ciò che interessa loro non sono i misteri in sé -che rimangono comunque una parte importante della narrazione-  ma indagare il personaggio di Sherlock Holmes e la sua mente, le sue motivazioni, la sua personalità, cosa che li ha portati ad ambientare gran parte di ciò che abbiamo visto nel palazzo mentale di Sherlock, facendoci capire come il demone di Moriarty, vivo o meno, sia lì in agguato, sempre un nemico da sconfiggere, stavolta con l’aiuto e l’amicizia di John.


Vorrei tanto scrivere qualcosa di negativo su questo Speciale, ma la verità è che mi ha preso troppo in contropiede per riuscire a focalizzarmi su cosa non mi ha convinta. Probabilmente sarò esagerata, ma quando hanno iniziato a fare avanti indietro tra un’epoca e l’altra mi sono talmente esaltata per la genialata che stavo per entrare nello schermo: l’unica cosa che contava era cercare di capirci qualcosa e stare al passo con la storia.  Ma forse il punto è che questa puntata è stata una gioia per tutte le parti di me – la fan di Doyle, di Sherlock, di Cumberbatch e Freeman– che aspettavano questo episodio con ansia. E poi dai, Ciccio!Mycroft rimarrà una delle cose più belle dell’intera serie.

Torniamo dunque al discorso aspettative: Moffat e Gatiss hanno ingannato le nostre mostrandoci esattamente quello che non volevamo (il periodo vittoriano è nel mind palace di Sherlock? 4 giorni fa a una cosa del genere avrei detto “No, grazie”) e rendendolo magnifico, perché quella che credevamo sarebbe stata una puntata “di pausa” è diventata una storia ben diversa, la chiave per risolverne un’altra, la più importante. E, anche se è vero che alla fine della puntata Sherlock materialmente è solo sceso da un aereo ed è salito su una macchina lasciandoci al solito con un bel cliffhanger, io provo una profonda ammirazione per questi due autori perché non so come abbiano fatto ad inventarsi una puntata del genere, che sulla carta avrebbe potuto benissimo entrare nella categoria fantozziana di “cagata pazzesca”, e farla funzionare a meraviglia.

D’altra parte, penso che questo sia il motivo per cui loro lavorano per la BBC e io no.  In alternativa, mi accontento di scrivere lodi sperticate dell’episodio su questo blog, cercando di articolare qualcosa di sensato e di non riempire la pagina di WTF come una parte di me vorrebbe ancora fare.

Voglio dire, non mi lamento, è la vita che ho scelto: essere fangirl, piangere per personaggi fittizi, vomitare meta davanti a Sherlock e aspettare aspettare aspettare la fine dello hiatus che ci porterà alla quarta stagione. Quanto manca, a proposito?