Serie tv da occhi lucidi: Life on Mars

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È arrivata l’estate e, riprendendo un’irritante pubblicità che da due anni a questa parte ci sfracassa i maroni, estate è dove accadono le cose:

  • Si studia
  • Si suda
  • Ma soprattutto si piange per la fine delle serie tv.

Ed è proprio in questo periodo che tendiamo ad essere più nostalgici e anche le più innocenti gif su tumblr e tweet bastano per farci ricordare dell’esistenza di serie tv amate e ormai concluse, spingendoci inevitabilmente a farci ballare l’occhio per lo sforzo di non (ri)cadere nel tunnel del rewatch.

È esattamente questo che mi è successo questa notte quando, in compagnia della mia cara amica Insonnia, mi sono imbattuta su twitter in un account dedicato alla serie tv Life on Mars.

Per chi non lo sapesse, Life on Mars è una serie meravigliosa composta di due sole stagioni da otto episodi ciascuna, andata in onda fra il 2006 e il 2007 sulla BBC One. Ed è proprio alla BBC, che di viaggi nel tempo se ne intende, e alla scrittura di Chris Chibnall, che è un nome familiare se avete visto Broadchurch, che dobbiamo il ringraziamento per avere portato sullo schermo la storia di Sam Tyler (interpretato da uno straordinario John Simm, che molti di voi si ricorderanno per aver interpretato il Maestro in Doctor Who), ispettore capo della polizia di Manchester che nella bella e civile Gran Bretagna del 2006 viene investito da una macchina e si risveglia poliziotto nel 1973, apparentemente sano ma con una collezione invidiabile di pantaloni a zampa.

Ed è qui che inizia il nostro viaggio in una Manchester così vicina temporalmente ma così lontana per usi, costumi e musiche (che sono spettacolari e riempiranno il vostro iPod, lasciatemelo dire). Per quanto il presupposto sembri assurdo, quello che si snoda in Life On Mars è molto di più del semplice mistero di come sia possibile che una persona si ritrovi in una realtà così reale dopo essere stata investita.

 My name is Sam Tyler. I had an accident, and I woke up in 1973. Am I mad, in a coma, or back in time? Whatever’s happened, it’s like I’ve landed on a different planet. Now, maybe if I can work out the reason, I can get home.

Il vero punto di forza della serie è lo sviluppo proprio di Sam, che in questa realtà alternativa (chiamiamola così per semplificare e non spoilerare troppo) riesce a capire se stesso, il suo passato e anche la sua missione di vita. Tutto questo per arrivare alla stupenda e inevitabile conclusione che porta a chiedere a noi stessi se alla fine sia davvero importante sapere cosa è reale e cosa no se poi questa conoscenza ci può portare all’infelicità. E se la risposta, alla fine, non fosse quella che davvero volevamo? Life on Mars si interroga su queste domande, e man mano che la guardiamo, la serie diventa sempre meno un crime con elementi di fantascienza e sempre più la storia e la vita di Sam Tyler.

Quello che però rende davvero memorabile la serie è uno dei personaggi migliori che la BBC abbia mai sfornato: l’ispettore capo Gene Hunt, superiore di Sam nonché ufficiale di polizia violento, razzista, misogino, rozzo e prepotente (l’esatto stereotipo del poliziotto inglese di quegli anni), che nella vita ha una sola missione, ovvero far rispettare la legge di Gene Hunt, che spesso coincide con la legge dello Stato, ma spesso no.
Sam si ritroverà davanti a questo apparentemente insormontabile ostacolo, per poi arrivare a capire che forse ostacolo non è, e che Gene Hunt, nonostante i suoi difetti, ha il cuore dalla parte del giusto molto più spesso di quello che sembra. Per quanto descritto in questi termini possa sembrare uno dei personaggi più odiosi che siano mai esistiti, vi assicuro che chiunque abbia guardato questa serie ricorda sempre Gene Hunt con un sorriso e gli occhi lucidi.

E a proposito di occhi lucidi, tornando al series finale posso garantirvi che sicuramente finirà nella vostra Top 3 dei finali più belli: niente cliffhanger, solo un incredibile plot twist che vi lascerà a bocca aperta e che vi farà pensare solo a una cosa, ovvero che avete visto il migliore finale possibile di una serie meravigliosa.

Penso che Life on Mars sia una di quelle serie che i canali imbroccano una volta nella vita ed è un peccato che in così pochi la conoscano: appena finita di vederla, vi guarderete intorno pensando che ci sia la possibilità concreta che quella che state vivendo forse non sia la vita vera, quella a cui siete destinati. Se appena dopo la conclusione avrete l’impellente desiderio di chiamare lo psicologo per una seduta, trattenetevi: c’è anche lo spin off della serie, quindi non sarete orfani per molto. Ma di quello ve ne parlo nei prossimi giorni:  prima premete play su questa serie, che a recuperare 16 episodi noi telefilm addicted ci mettiamo tre giorni al massimo, vero?

 

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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