Queer Eye: makeover sì, ma con empatia

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Tempo di lettura previsto: 3 minuti

Avete presente Enzo Miccio e Carla Gozzi in “Ma come ti vesti?” Ecco, dimenticateveli, perché questo makeover-show è diverse spanne sopra gli altri programmi dello stesso genere.

Non che sia un’esperta, di solito mi urta abbastanza vedere gente che impone i propri gusti e il proprio stile di vita su altra gente che reputa “sbagliata”. Qui, però, capiamo subito che ci troviamo davanti a qualcosa di un po’ diverso dal solito. Ma andiamo con ordine.

Remake dello show omonimo distribuito tra il 2003 e il 2007, Queer Eye, tradotto in Italiano con I fantastici cinque e prodotto da Netflix, vede protagonisti cinque esperti in diversi settori che rispondono alle richieste di aiuto di persone che si sentono in qualche modo bloccate e che hanno voglia di cambiare uno o più aspetti della loro vita.

Anche se sembra che i cinque siano lì per occuparsi unicamente di ciò che compete il loro ambito (Tan si occupa di stile, Bobby di design, Jonathan di cura di sé, Antoni di cibo e Karamo di cultura), presto ci si rende conto di quanto in realtà queste categorie siano un pretesto, perché ciò di cui i Fab 5 sembrano essere davvero esperti è in realtà l’empatia. Ad esempio, sono abbastanza certa che Antoni non sappia granché cucinare, a meno che saper tagliare un avocado e verificare che in ogni piatto ci sia almeno qualcosa di acido conti, ma a leggere il linguaggio del corpo è bravissimo.

E comunque gli perdoniamo le dubbie capacità culinarie perché per questo faccino sarei disposta a mangiare solo avocado e panini tutta la vita.

Ma non solo lui: tutti sono bravi prima a inquadrare, poi a mettere a proprio agio le persone che si trovano di fronte. Perché quasi sempre i problemi da risolvere non riguardano tanto l’apparenza e le abitudini delle persone, quanto piuttosto la loro autostima, l’immagine che hanno di loro stessi, il loro rapporto con gli altri. Ed è proprio tra le loro insicurezze che si andrà scavare, per tirare le giuste corde e provare per quanto possibile a cancellarle.

Ma perché proprio queer, questo eye? Perché i Fab 5 hanno tutti in comune il fatto di essere out and proud. Considerando che tutte le puntate sono ambientate nel pieno sud degli Stati Uniti potremmo avere già la ricetta per qualche tipo di attacco omofobico. Invece, a dimostrazione che gli stereotipi devono farci schifo e che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio, i cinque vengono sempre accolti con un cuore aperto; anche dal poliziotto con i poster di Trump in cantina, anche dal padre di famiglia iper-cattolico. Anzi, il più delle volte si scopre che c’è molto in comune tra i cinque e le loro fortunate vittime, e spesso uno dei motivi di insicurezza di questi ultimi è stato affrontato e già superato anche dai primi.

Ma non pensate di trovare molti momenti pesanti e strappalacrime: la parola d’ordine è leggerezza. L’allegria dei cinque è onnipresente e contagiosa, e vi affezionerete a loro in tempo record.

Se state cercando una serie spensierata, poco impegnativa e che duri poco (ahimé, forse troppo poco), Queer Eye è sicuramente consigliata. E nel dubbio, ricordate:

Linda
Geek seriale, drogata di musica e film, Potterhead impenitente. Nel tempo che rimane studio Ingegneria specializzandomi in fotonica, tipo come costruire (spade) laser e come teletrasportarsi (ma non proprio).

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