Petizione per premiare (finalmente) The Americans

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti.

Avrei potuto trovare un titolo che fosse più un commento all’intera – meravigliosa – quarta stagione, ma ogni volta che penso a The Americans si manifesta in me il profondo fastidio dovuto al fatto che questa serie – giunta ormai al suo quarto anno di messa in onda e a 52 episodi di cui non se ne conta nemmeno uno sottotono – meriti premi e riconoscimenti praticamente a pioggia. E invece, almeno fino ad ora, è stata snobbata e con essa i suoi due attori principali, sempre più bravi a dar vita a due personaggi sempre più tormentati dalle difficoltà della loro vita di spie russe infiltrate nella vita americana.


 

E’ dal pilot di questa bellissima serie di FX che Keri Russell e Matthew Rhys non smettono di sbalordire per la bravura: i loro personaggi, Elizabeth e Philip, sono quanto di più complesso si possa pensare e le mille sfaccettature che li rappresentano sono esplorate in modo così preciso da una scrittura curatissima e da, appunto, due interpretazioni praticamente magistrali.
Man mano che la narrazione procede, i nostri due eroi vengono messi sempre più a dura prova, e questa quarta stagione sembrava aver portato entrambi al culmine di una tensione emotiva che li avrebbe definitivamente condotti al punto di rottura. E invece, come ogni volta, sembra proprio che il peggio debba ancora venire.

Da un lato Philip lo abbiamo ritrovato a combattere con la sua morale così come lo avevamo lasciato nella scorsa stagione: più volte l’uomo è arrivato a chiedersi se davvero “la Causa” valesse tutta questa sofferenza e questi inganni che loro stessi, direttamente, sono costretti a perpetrare anche nei confronti di innocenti. E qui è impossibile non parlare della storia tra il suo alter-ego Clark e la segretaria dell’FBI Martha. Nel momento in cui Martha è stata scoperta e additata come spia, e quindi la sua vita messa tremendamente in pericolo, ho seriamente temuto che Philip crollasse in modo definitivo. La sequenza silenziosa che ha sancito il loro addio, la fredda consapevolezza della donna e lo sguardo denso di senso di colpa di Philip, è stata di una bellezza e di un dolore tali, da lasciare tutti noi spettatori senza fiato.

 
 
 
 

In questa stagione il quesito morale per eccellenza su cosa sia giusto e sbagliato viene ovviamente riproposto e sembra estendere il suo raggio d’azione anche su quel personaggio che dubbi a riguardo non ne aveva mai mostrati, almeno fino a questo punto: Elizabeth.
La sua sicurezza e determinazione nel commettere sacrifici per il bene di “madre Russia” la vediamo qui per la prima volta vacillare, nel momento in cui la donna stringe una forte amicizia con Young-Hee, “colpevole” di avere un marito capace di fornire al KGB l’ambito accesso al Level 4, in cui sono conservati campioni di virus mortali in grado di innescare una guerra batteriologica tra USA e URSS. Il piano si complica perché per la prima volta, la distaccata Elizabeth sperimenta sul campo cosa voglia dire affezionarsi e voler bene ad una persona che in realtà è solamente un mezzo per raggiungere un fine.

Come se tutto questo non fosse già di per sé sufficiente, non va dimenticato il finalone bomba della terza stagione, che aveva visto la figlia Paige spifferare la verità riguardante i suoi genitori al Pastore Tim. Bene, questo elemento, così come questo incombente pericolo di una guerra non solo nucleare ma anche batteriologica tra i due blocchi continentali contrapposti, fa da sfondo a tutte le dinamiche di questa quarta stagione, determinando equilibri sempre più precari all’interno della famiglia Jennings e all’esterno, nel tentativo di mantenere credibile e intatta la loro copertura.
Fortunatamente Paige riesce a salvarsi da quell’osceno ruolo di bambina capricciosa e stupida che sembrava essersi ritagliata senza alcuna possibilità di miglioramento. Qui, anche se con molta – comprensibile – fatica, arriva ad accettare la verità sui suoi genitori e sembra quasi voler dar loro una mano e provare a rimediare a tutti i casini combinati in passato.



Queste tensioni e difficoltà, ampliatesi ora con questo finale in cui la copertura relativa alla vera identità della famiglia sembra vacillare più che mai, sono state l’occasione per offrirci una splendida e ulteriore discesa introspettiva nella morale di questi personaggi, analisi che The Americans non finisce mai di approfondire e di mostrare sullo schermo con disarmante successo.
Scelta narrativa coraggiosissima è stata anche quella intrapresa nei confronti dell’ambiguo personaggio di Nina Sergeevna, quella donna sovietica che è stata indecifrabile fino al suo ultimo respiro, anche se la sua uscita di scena, sancita da una redenzione non indifferente, sembra averla in qualche modo fatta percepire, per la prima volta, come una ragazza tormentata da una vita di scelta difficili e allo stesso tempo sensibile e dal cuore buono.
Altrettanto bello a mio avviso il rapporto di reciproca stima e rispetto instauratosi tra l’agente dell’FBI Stan Beeman e il funzionario sovietico Oleg Burov. Aderenti a due visioni e convinzioni opposte ma uniti dall’amore per Nina, i due finiscono per trovare l’uno nell’altro un sostegno e un appoggio forse indispensabile in un momento così emotivamente difficile, tanto che arrivano a non “usarsi” a vicenda per scambi di informazioni, proprio a sancire la purezza di un rapporto anche in situazioni così estreme.

 

Ma in fondo il bello di The Americans è sempre stato questo: mostrare personaggi mossi da un credo e da una convinzione molto forte ma allo stesso tempo rivelarli non come fredde macchine calcolatrici mosse unicamente dalla Causa, bensì come persone, con sofferenze, tormenti e sentimenti reali, forti e veri. L’introspezione dei personaggi è la discriminante che rende una serie non solo bella, ma decisamente indimenticabile e persino indispensabile. The Americans, continuando a far leva sull’animo umano e i suoi tormenti, non fa altro che proseguire sulla giusta strada, umanizzando fino allo stremo i suoi personaggi e per questo rendendoli così cristallini e tangibili da sentirli parte della nostra vita quotidiana, custodi delle nostre stesse debolezze e piccole gemme preziose da voler proteggere dalla brutalità di una vita fatta da così tante crudeli difficoltà.

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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