Marcella: il crime drama che convince ma non fino in fondo

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti

Quando ho letto che Marcella sarebbe approdata su Netflix non vedevo l’ora di poterla recuperare. Le aspettative erano alte, un po’ perché avevo letto solo cose belle a riguardo, un po’ perché quando si parla di prodotti ITV si va sempre sul sicuro, a maggior ragione quando questi sono ascrivibili alla categoria dramma ma anche a quella del poliziesco. Sto pensando ovviamente a Broadchurch, capolavoro che con questa serie ha in comune alcuni aspetti, tanto che fare un minimo di confronto risulta inevitabile; ma quando si fanno paragoni è naturale che una delle due parti in gioco debba uscirne un po’ sminuita, e temo che in questo caso si tratti proprio di Marcella.

Incominciamo però dalle cose che mi hanno convinto e mi hanno fatto pensare che, nonostante le mie perplessità, ciò che avevo davanti fosse di buona qualità.

L’ambientazione e la fotografia sono ineccepibili. Ci troviamo nella Londra dei grattacieli, quella benestante, spesso anche ricca sfondata, ma nonostante il respiro che può darci la vista dal tetto o dall’ampia vetrata di un palazzo, rimane una Londra opprimente, soffocante, sporca, da claustrofobia.

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Questa atmosfera si accompagna perfettamente allo stato d’animo della nostra protagonista: Marcella è una poliziotta che ha lasciato il lavoro per crescere i figli, mentre il marito faceva carriera come legale di una grossa compagnia di edilizia. Quando il marito la lascia si sente completamente persa, e decide così di tornare in polizia, anche perché il killer che aveva contribuito a catturare dieci anni prima sembra tornato in circolazione. Il primo sospettato è lo stesso di allora, tornato da poco in libertà, seppur vigilata, ma per Marcella non è semplice indagare sugli omicidi con obiettività: il forte stress da abbandono le causa una serie di amnesie, alla fine delle quali la donna si ritrova nei posti più disparati senza sapere come ci sia arrivata; e quando si ritrova coperta di terra e sangue non suo, è difficile non giungere alle conclusioni peggiori.

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Anna Friel, che avevamo già visto in un ruolo completamente diverso da questo in Pushing Daisies, è splendida in tutto e per tutto. Anche il resto del cast convince appieno: Sinéad Cusack (V per Vendetta), Harry Lloyd (che ci è piaciuto in Game of Thrones, ma che ci piace in generale come abbiamo già ribadito qui), Maeve Dermody (And Then There Were None), Jamie Bamber (Battlestar Galactica). Grandi nomi e tutti convincenti nei propri ruoli, soprattutto quando si tratta di risultare sospettabili: tutti sembrano nascondere del marcio e non possiamo chiamare innocente nessuno di loro con certezza.

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Ecco che appare un Viserys Targaryen selvatico!

Ecco che appare un Viserys Targaryen selvatico!

Da apprezzare moltissimo anche la coralità della storia; certo, tutto ruota sempre e comunque intorno a Marcella, ma i personaggi secondari sono tutti interessanti e ben costruiti. Nonostante l’abbondanza di questi ultimi, che vengono introdotti poco alla volta, possa in un primo momento disorientare, piano piano i tasselli si incastrano tra loro e capiamo i collegamenti tra le sottotrame, che vengono portate avanti in parallelo con maestria. Di tutte le vicende, solo una viene risolta, mentre le altre rimangono aperte, facendo aumentare la nostra curiosità per la prossima stagione. Ma – ed è un ma che richiede riferimenti diretti alla trama e quindi GROSSI SPOILER, RIPETO, GROSSI SPOILER, io vi ho avvertito – trovandoci davanti anche a un poliziesco, di quelli con tanti papabili sospetti ma un solo killer principale su cui si incentra l’intera stagione, ci si aspetta che l’assassino sia un signor assassino, di quelli col botto. Ecco, credo sia un po’ qui che caschi l’asino, perché il colpevole risulta un po’ poco incisivo.

Se ve lo chiede Paul Bettany non potete non perdonarmi.

Prima di tutto mancava di motivazioni abbastanza forti per uccidere così tante persone, il che l’ha reso, secondo me, poco credibile; se arrivi ad uccidere persino una bambina e a far ricadere la colpa sul tuo migliore amico legandolo in cantina, sei prima di tutto un pazzo psicopatico (come il killer del 2005, quello sì che aveva dei problemi). Invece no, Henry Gibson è semplicemente un ragazzo in cerca di attenzioni dalla propria famiglia, che si improvvisa killer, in modo piuttosto ingenuo tra l’altro, tanto che una volta confessati i delitti ci viene da pensare “embè, tutto qui?”. Non basta assegnare la parte a un attore che ha già dimostrato di essere bravo nei ruoli inquietanti, bisogna anche scrivergli un copione per cui possa sfoggiare le sue indubbie capacità. Questa, per me, è stata la principale delusione.

Ma è anche vero che l’aspetto poliziesco non è tutto, la sfaccettatura più interessante è probabilmente quella drammatica, interna al personaggio di Marcella. Singolare la scelta di farci dubitare anche della protagonista, ma questo porta anche a un distacco da lei, una diminuzione dell’empatia che potremmo provare nei suoi confronti. Marcella cara, davvero vuoi continuare ad agire da sola e senza aiuti, a commettere chissà quali violenze nei momenti di buio, cercando di trovare un colpevole sperando fortemente che non sia tu?

Jujubee disapproves.

Ok, ma puoi fare di meglio.

Riassumendo, credo che le mie perplessità riguardino principalmente la scrittura, ma ho comunque trovato la serie ben eseguita e coinvolgente e, quando uscirà la seconda stagione, credo proprio che le darò una chance, sperando di ricredermi.

 

Linda

Geek (tele)filmica, feticista del British, drogata di musica (sopra e sotto al palco), cultrice della parola scritta, Potterhead impenitente. Nel tempo che rimane studio Ingegneria.

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