Mad Men: old fashioned e nostalgia

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Tempo di lettura previsto: 7 minuti

Attenzione! Questo articolo contiene degli spoiler su tutta la serie, anche sul finale, quindi leggete solo se volete essere presi dalla nostalgia!

Una cosa importante da sapere è che Mad Men è stata per anni nella mia lista delle “serie tv che dovrei iniziare ma che non inizio mai”. Il segnale che mi ha spinto a vincere le mie ingiustificate riluttanze è saltato fuori l’anno scorso quando, durante un corso in università, ho assistito alla lezione di un creativo pubblicitario che si è presentata alla classe indossando una t shirt con la scritta “What would Don Draper do?”.
Ero rimasta molto colpita perché, mi ero detta, se addirittura una professionista del campo aveva trovato pertinente mettere sulla propria maglietta la citazione di una nota serie tv ambientata nel mondo pubblicitario, allora sicuramente quella serie doveva avere qualcosa da dire.

Alla fine, ho divorato tutte e sette le stagioni fra giugno e settembre 2015, cosa che mi spinge a ricordare questo periodo come “L’estate di Mad Men”.

Nella mia solita esigenza di scrivere qualcosa su quello che mi piace, ho iniziato a buttare giù la prima bozza di questo articolo intorno ad ottobre, senza però cavare un ragno dal buco. Non ve lo dico perché voglio rendervi partecipi della mia straordinaria capacità di rimandare, ma più che altro per darvi un’idea di quante volte abbia provato a scrivere di Mad Men senza mai raggiungere qualcosa di lontanamente soddisfacente.
E sapete una cosa? Dubito che riuscirò davvero a rendere giustizia alla storia scritta da Matthew Weiner. Tuttavia, una volta preso coscienza di ciò, ho capito che probabilmente fare un discorso su quanto questa sia una bella serie non solo sia riduttivo, ma anche ridondante. Perché è vero, Mad Men è scritta bene, recitata ancora meglio ed è quanto si possa desiderare se amate la storia non solo fatta di eventi e guerre, ma anche e soprattutto fatta di persone e di costumi che cambiano.

Perciò forse quello che posso fare in maniera più o meno decente è parlare di quello che Mad Men ci ha lasciato: attraverso la storia di un uomo, Don Draper, straordinario ma allo stesso tempo terribilmente ordinario, questa serie ci ha messi davanti a uno specchio e ci ha spinti a guardare dentro noi stessi. Don è il perfetto emblema dell’uomo nato dal capitalismo occidentale, che ha vissuto la grande depressione degli anni ’30 e che è cresciuto credendo nel mito del self made man. Ma, esattamente come vediamo nella sigla, non esiste nulla di più falso: ciò che ci viene mostrato dalla prima puntata è la lenta distruzione di un uomo diviso tra il suo vero essere (Dick) e la sua maschera (Don).

È allora evidente che una persona così non possa che lavorare nella pubblicità, perché ne incarna in pieno lo spirito: l’advertising è quella cosa che ti dice che “nonostante tutto, va tutto bene” e che, in soldoni, permette alle aziende di “cambiare conversazione” quando non piace quello che si dice in giro su di loro. A questo proposito, avete fatto caso quanto spesso Don abbia consigliato ai clienti di cambiare brand/nome? Non è davvero una cosa da niente, eppure l’ha suggerito tantissime volte. Cosa ci vuole? In fondo, per lui passare da Dick a Don è stato così facile.


Apparentemente facile, perché lui da Dick Whitman non riesce proprio a scappare: può nasconderlo sotto il tappeto, ma è sempre lì, che torna dal passato attraverso persone e ricordi. E con il passare delle puntate e delle stagioni, si accorge che nemmeno Don gli sta più bene cucito addosso. Perché cambiare nome, in questo caso, non basta per scappare da se stessi, né tanto meno per essere felici.

E così arriviamo alla fine della serie in cui, durante una rocambolesca fuga (fisica e metaforica), Don realizza, proprio quando sembra aver deciso di abbandonare tutto, che in fin dei conti lui non può continuare a fuggire né può lasciare la pubblicità, perché lui è pubblicità. In fondo, uno che è la pubblicità di se stesso, come può lasciare quel mondo?

Ciò che rende questa serie così memorabile è che, nonostante tutto, nella storia portata all’estremo di Don rivediamo sempre una parte di noi stessi: il mostrarsi diversi da quello che in realtà siamo, il costante cercare altro, l’impossibilità di essere felici perché si vuole sempre arrivare a qualcosa che poi, alla fine, risulta futile sono elementi con cui ogni essere umano si può relazionare, non importa se abbia vissuto negli anni ’60 o adesso.

D’altra parte, la storia di Mad Men è uno spaccato di società lontanissima da noi ma, per certi versi, ancora drammaticamente vicina. Inizia nel 1960 in un’epoca in cui si parlava con sempre più insistenza del Vietnam e dei comunisti, in cui le donne studiavano solo per avere qualità da sfoggiare alle cene organizzate per il capo del marito, in cui il vero tabù era divorziare, non fumare e bere mentre si era incinte. Continua poi fino al 1969, mostrandoci i grandi eventi di quegli anni – la crisi di Cuba, la morte dei Kennedy, quella di Martin Luther King, i concerti dei Beatles, le rivolte dei neri, lo sbarco sulla Luna – non con fare didascalico, ma attraverso gli occhi di persone qualunque, riuscendo così a colpirci nel profondo.

Ma ciò che mi è rimasto dentro maggiormente di questa serie è stato il ritratto dei suoi straordinari personaggi: mentre all’inizio può sembrare facile distinguere tra i “buoni” e “cattivi”, progressivamente ci si rende conto come in Mad Men la differenza non sia per niente netta. Forse non tutti i personaggi sono ugualmente importanti ai fini della storia, ma ognuno di loro mostra una crescita, un cambiamento e, se proprio non possiamo dirli simpatici, sicuramente non possiamo fare a meno di empatizzare con loro, perché in qualche modo non sono meno reali di noi.

Attraverso Don conosciamo l’infelice Betty, che col passare delle stagioni nasconde la sua fragilità dietro le apparenze di lady di ferro, innalzando barriere che non riesce ad abbassare nemmeno con i suoi figli; conosciamo il debole e ambizioso Pete, che forse è l’unico a rimanere sempre antipatico; poi Joan, che progressivamente capisce come il ruolo che il mondo degli uomini in cui vive le ha cucito addosso non sia davvero quello che vuole; e c’è Peggy, che è a mani basse uno dei migliori personaggi usciti dalla penna di Weiner.

Peggy Olson rappresenta il cambiamento, e guarda caso il suo primo giorno di lavoro coincide anche con l’inizio della serie, come a dire “Fermi tutti: sta entrando il nuovo all’interno di questa vecchia struttura arrugginita”. Peggy arriva dalla provincia, non è bellissima e non ha frequentato il college, eppure riesce a iniziare la sua carriera mettendo da parte matrimonio e famiglia, che al tempo erano gli unici obiettivi da raggiungere per una donna “normale”. Tutto questo lo fa non per motivi politici ma perché, semplicemente, è ambiziosa e vuole autodeterminarsi in un’epoca dove, purtroppo, per una donna era quasi impossibile. È così che Peggy è diventata una sorta di mio mito personale, tanto che a volte, in preda alla disperazione universitaria, mi viene da chiedermi “What would Peggy Olson do?”.

Se durante questa scena non vi siete alzati in piedi ad applaudire, non avete capito niente.

Nonostante sia finita da diversi mesi, la nostalgia della serie continua a colpire nei momenti meno opportuni, facendoci cadere in stati di malinconia e struggimento acuto. Dopo sette intensissime stagioni, i personaggi sono diventati talmente reali che a volte, irrazionalmente, siamo spinti a pensare “Chissà cosa staranno facendo adesso…”. Potrebbe essere pazzia, ma io penso invece che sia profondamente normale perché Mad Men, come tutte le cose veramente belle, non si può proprio dimenticare. E se ogni tanto ci viene voglia di alcol per superare il momento nostalgia, non temiamo: possiamo sempre ordinare un old fashioned e raccontare che lo beviamo in onore di un certo Don Draper.

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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