Love, non è la solita storia d’amore

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti

Ho una sorta di rigetto per i film e le serie tv romantiche che non coinvolgano vestiti scomodi, bustini e soprattutto Mr. Darcy.

Al di là del pregiudizio (ah-ah-ah), in questi weekend milanesi assai uggiosi io e la mia metà ci siamo rifugiati nel genere rom-com che, bene o male, rimane sempre e comunque un porto sicuro quando si vuole far passare il tempo senza per forza imbarcarsi nella visione di qualcosa di impegnativo. È così che ho iniziato Love, serie prodotta da Judd Apatow, lo stesso di Girls, per intenderci.

Ebbene, dopo aver concluso il decimo e ultimo episodio della prima stagione, posso dichiararmi molta combattuta nel giudicare questa serie. Il pregio più grande è che, al contrario di quello che poteva far pensare il titolo, la storia non è assolutamente banale, il che la rende meglio del 90% della roba romantica che c’è il giro. Il punto a sfavore (e personalmente lo trovo un grosso punto a sfavore) è che uno dei due personaggi è così insopportabile che a volte andare avanti con la visione è davvero stata una prova di volontà.

Ma andiamo con ordine. La storia parla un ragazzo e una ragazza che, per un caso (s)fortuito, si incontrano in periodi della vita molto bui: lui, Gus, è appena stato mollato dalla sua fidanzata a causa della sua mancanza di spina dorsale ed “eccessiva gentilezza”, lei, Mickey, ha vari problemi, fra cui vivere relazioni sconclusionate con i soggettoni peggiori della Terra.

Mickey, interpretata da Gillian Jacobs, all’apparenza è una ragazza “tosta”, ma in realtà sfoga la sua fragilità emotiva in una quantità spropositata di dipendenze: alcol, droga, fumo, sesso. Ha trent’anni e non riesce minimamente a capacitarsi di questo fatto, esprimendo una costante nostalgia del passato irresponsabile del college, che ormai gran parte dei suoi amici si è lasciato alle spalle. Mickey ha quindi diversi problemi e sembra seriamente sull’orlo di una crisi di nervi, ma in generale questo suo essere sperduta la rende forse il personaggio con cui è più facile relazionarsi, perché in fondo a volte tutti ci sentiamo, più o meno, schiacciati dalla vita come lei.

Gus, interpretato da Paul Rust, invece, è uno sfigato. Non c’è altro modo per descriverlo e il punto è che non è il solito sfigato “carino” a cui ci hanno abituati tutte le commedie romantiche del mondo. Gus è estremamente antipatico, un’antipatia scatenata all’inizio dalla sua estrema passività agli eventi, il suo costante sopravvivere a occhi bassi nella zona grigia della vita (poi penso da dove mi è uscita tutta questa poesia); in seguito dai suoi comportamenti -perdonate il francesismo- da stronzo nel momento in cui le cose per lui girano nel verso giusto e si rende conto di essere addirittura conteso da due donne bellissime. Insomma, qui finalmente si dice addio al cliché ragazzo sfigato brutto = ragazzo ideale umile che se si toglie gli occhiali e si concia bene è anche carino. Gus in molti momenti della storia diventa il classico sfigato che, quando gli va tutto bene, inizia a strafare e diventa presuntuoso. Diventa quindi un protagonista molto realistico, tant’è che vi verrà sicuramente in mente qualcuno come lui, sempre che non siate voi. Il punto però è che è parecchio insopportabile, complice anche un po’ il suo fare da Woody Allen dei poveri.

Tornando al vero punto di forza della serie, ciò che non è banale è il bel percorso che fanno entrambi i personaggi, tanto che, anche adesso, continuo ad avere il sospetto che mi ha perseguitato per tutta la visione dei dieci episodi: che quella di Love non sia necessariamente una serie che ci racconta una storia d’amore di due personaggi “che devono stare insieme”, quanto invece la storia di due persone – non proprio bellissime e men che mai perfette – che scoprono, analizzano e cambiano, attraverso il rapporto che costruiscono con l’altro (che non è necessariamente romantico), il loro approccio all’Amore e, in particolare per quanto riguarda Mickey, l’amore verso se stessi, che è forse il più importante di tutti.

Se quindi prendete per soggettivi e relativi i miei giudizi su Gus, vi direi che Love può darvi davvero delle soddisfazioni, se non altro se cercate una serie che vi racconti dell’amore in modo sincero e senza noiose retoriche.

Personalmente io vi giuro che, nonostante questa bella riflessione, vedere una serie in cui prenderesti a pugni uno dei due personaggi principali ogni puntata è davvero dura. In ogni caso è Netflix, sono 10 episodi e la seconda stagione uscirà fra un anno. Se non lo avete già fatto, ne avrete di pomeriggi uggiosi per recuperarla.

Valentina

26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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