LOST: everything that happened, happened for a reason

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I looked into the eye of this Island, and what I saw… Was beautiful.

Ogni qualvolta che mi viene chiesto un parere su LOST, la prima frase che mi si materializza in mente è questa citazione di John Locke estratta dalla 1×05, White Rabbit.
Dal mio punto di vista non credo esista definizione più appropriata per una serie che ha cambiato la storia della televisione diventando un fenomeno senza precedenti in termini di ascolti, mitologia e simbologia.
LOST è quella serie che ha fatto da vero e proprio spartiacque nel mondo della serialità, tant’è che possiamo catalogare le altre serie tv in a. L. (avanti LOST) e d. L. (dopo LOST) senza neanche risultare particolarmente blasfemi perché LOST per molti – e per me – è religione, materiale sacro.


 
 

Sei stagioni, centoquarantaquattro episodi, storie bellissime, simbologia a palate e sottotesti che hanno fatto appassionare e impazzire tutti i fan della serie.
Da lì in poi probabilmente la ABC non ha mai più avuto una serie degna di chiamarsi tale, ma ci ha donato LOST quindi le vogliamo bene lo stesso.
I personaggi comparsi e scomparsi in questa serie non si contano neanche, perché LOST altro non è che un percorso lunghissimo che ricalca simbolicamente il cammino della vita, con i suoi intrecci e con la rappresentazione di tutta la vasta gamma di sentimenti che un essere umano è in grado di provare.

 
 

Ci sono stati personaggi amati, ma anche molti personaggi odiati. Eppure di LOST non cambierei una singola virgola, non cancellerei neanche il personaggio più irritante *cough cough Ana Lucia cough cough* e non lo farei per niente al mondo.
Tutto quello che è successo in questa serie, è successo per una ragione.


JJ Abrams, che già si era guadagnato il mio amore con Alias, altra serie che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore, con LOST parte da un’idea neanche così tanto originale – lo schianto di un aereo su un’isola in apparenza deserta – per sviluppare invece una storia che, con il suo incalzare, diventa sempre più autentica e innovativa.
L’Isola è il personaggio protagonista, è il deus ex machina che muove i personaggi verso il loro destino, rivela la loro fede e segna inevitabilmente il corso di ogni evento.
Quella narrata in LOST è una storia di fede, di scienza, di destino e dell’inevitabile intreccio che questi elementi possono creare, con conseguenze tanto potenti quanto pericolose.
Quella narrata in LOST è anche e soprattutto la storia di come la fede e il destino prendano il sopravvento sulla scienza e su ogni spiegazione plausibile e razionale. Ed è questo a mio avviso il punto che ha decretato il successo, l’elemento che ha resto LOST il capolavoro su cui tutti concordano.
Ogni decisione porta le sue conseguenze e gli esempi più significativi che mi vengono in mente a riguardo sono incarnati dal finale della terza e della quinta stagione, che segnano per me dei traumi mai superati: la morte di Charlie con quel “Not Penny’s boat” diventato uno tra tormentoni per i cultori della serie e l’esplosione della bomba con la conseguente morte di Juliet, che resterà tra quei dolori telefilmici per me più profondi.



 
 

Jack rappresenta la personificazione della Scienza, è colui che, segnato dalla cultura scientifica dei suoi studi da medico, cerca la spiegazione razionale anche nel fenomeno più paranormale che gli si manifesta dinnanzi: la visione di suo padre defunto.
Ma Jack è anche il personaggio che mostra la sconfitta della scienza, a vantaggio della fede. Quell’ “We have to go back!“, diventata la frase simbolo tra tutti noi Lost-Addicted, ne fornisce la prova definitiva: Jack lascia l’Isola e solo in quel momento si rende conto che è necessario tornarci, perché è quello il suo posto, è lì che deve stare, perché, appunto, il loro essere capitati in quel luogo non era una mera coincidenza, ma era, ancora una volta, destino.

 
 

L’altra faccia della medaglia ci è fornita dal personaggio di John Locke, che è fin da subito colui che capisce che l’Isola ha potere decisionale, che tutti loro si trovano lì per uno scopo, per una ragione ben precisa. Lui è il vero credente, vive sulla sua pelle il miracolo dell’Isola, che gli dona la capacità di tornare a camminare sulle proprie gambe dopo anni vissuti su una sedia a rotelle.
Quando dico che in LOST nulla è lasciato al caso, intendo proprio nulla: Locke porta sulle sue spalle nome e cognome del filosofo seicentesco considerato padre dell’empirismo, quella corrente filosofica che, neanche a dirlo, sostiene che la conoscenza umana sia il mero frutto dell’esperienza e dei sensi e pertanto si pone in contrapposizione al razionalismo scientifico.


Altro nome importante e non casuale è quello di Desmond David Hume, personaggio chiave in LOST che prende in prestito il nome da un altro grande filosofo empirista scozzese. E infatti, anche il nostro Desmond è, guarda caso, uno scozzese, nonché uno dei personaggi più belli mai scritti.
Il suo percorso nella serie e la sua storia d’amore con Penny resteranno una tra le cose che ho amato più in questa serie meravigliosa e non per niente The Constant risulta anche uno tra gli episodi più apprezzati di sempre, anche perché, davanti a scene del genere si può solo che piangere anche a distanza di anni:


Ci sarebbero ancora moltissime cose da dire e moltissimi personaggi da menzionare, ma la faccenda qui diventerebbe davvero troppo lunga perché diciamocelo, in LOST sono passati in tanti e ognuno di loro è stato sempre ricordato per qualcosa. Kate, Sun e Jin, Sayid, Hugo, Claire, Micheal, Mr Eko, Jacob e tanti altri sono stati tutti altri importantissimi pezzi di un puzzle che tassello dopo tassello diventava sempre più complesso e per questo affascinante.
Solo per approfondire brevemente questa lista di personaggi, vorrei menzionare l’eccezionale bravura di Michael Emerson nel dar vita ad un personaggio enigmatico e inquietante come il suo riuscitissimo Benjamin Linus e la straordinaria capacità (si dai okay, e anche il grande fascino) di Josh Holloway nel vestire i panni del cinico e ironico Sawyer, capace di alleggerire i toni, dar vita ad una ship per me sentitissima con Juliet, in grado di pronunciare battute brillanti praticamente in ogni situazione e trovare soprannomi esilaranti per ogni naufrago.




Il vero dibattito su LOST riguarda – come sempre accade con una serie che ha creato un tale seguito – il finale, che divide i fan in due categorie molto nette: o lo si odia o lo si ama.
Io propendo spudoratamente per la seconda opzione, perché un finale così commuovente non lo cambierei per niente al mondo. Per me rappresenta la conclusione perfetta di un percorso durato sei stagioni, che ha lasciato molte domande e molti misteri irrisolti ma che è assolutamente giusto che sia stato così, perché la forza di LOST sta proprio racchiusa in questo: non tutto si può spiegare razionalmente, e, anche se tutto accade per una ragione, non è detto che noi questa ragione dobbiamo per forza di cose comprenderla.
Chi ha capito il messaggio della serie forse ha capito anche quest’ultimo messaggio finale. E, per chiudere questo omaggio a LOST nel giorno del suo undicesimo anniversario, non credo esista modo migliore che rivedere tutti insieme questo momento conclusivo, che ci porta a ricordare, insieme ai personaggi, quanto questo percorso sia stato straordinario e importante per tutti noi.

NAMASTE.

 

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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