Kimmy Schmidt è unbreakable and is a miracle!

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Tempo di lettura previsto: 5 minuti

Far ridere le persone può anche essere abbastanza semplice – basta che qualcuno inciampi o cada per terra – ma è terribilmente complicato se si decide di farlo in maniera originale: fortunatamente Tina Fey (che sto scoprendo di amare sempre di più grazie a 30 Rock e Whiskey Tango Foxtrot) e Robert Carlock, con la prima stagione di  Unbreakable Kimmy Schmidt, ci hanno già dimostrato che è sì difficile, ma non impossibile. Vi lascio un minutino di tempo per cantare e ballare la sigla, perché so che lo volete.

UuuuunnnnnnnBREAKABLE! They’re alive, damn it!…

… ed è veramente un miracle! che anche la seconda stagione abbia replicato la genialità dello show, specialmente per chi, come me, teme le seconde stagioni di serie che esordiscono benissimo e poi… boh. A dirla tutta, però, i primi episodi dell’ultima stagione di U-KS (passatemi la sigla da associazione terroristica) sono stati un po’ sottotono: stavo già per alzare gli occhi al cielo, quando la serie ha poi ingranato alla grande e ora non esiterei a fare un rewatch compulsivo (perché sto scrivendo questo articolo, in effetti? Potrei iniziarlo già da ora).
Fatto sta che non so decidermi se voler essere come Kimmy Schmidt, anche a costo di vestirmi di fucsia e giallo tutti i giorni (senza contare che anch’io faccio spesso la figura di chi è rimasta chiusa in un bunker per quindici anni), o se essere la sua BFF: ne trarrei sicuramente molti benefici.

 
 

Non mi dispiacerebbe nemmeno essere la sua psicologa, actually: avrei dei problemi, certo, ma dei problemi fantastici.

La seconda stagione di U-KS vede la nostra sgargiante Kimmy cercare ancora di ambientarsi nella vita post-bunker, mentre tenta di capire come affrontare i sentimenti che prova per Dong (sposato con un’arzilla signora di mezza età, Sonya) e lavora in un negozio natalizio aperto tutto l’anno. Spiegato da Kimmy Schmidt, persino qualcosa di odioso come il Natale (scusate, Christmas-lovers) diventa più che sopportabile, cosa che mi ha convinto di questo: Kimmy deve ASSOLUTAMENTE diventare il mio Patronus contro i Dissennatori, noti portatori potteriani del Mai ‘Na Gioia. Ma quello che emerge nella seconda stagione di U-KS è che, per essere dei disagiati senza speranza, non è certo necessario essere stati rinchiusi in un bunker per anni: infatti largo spazio viene lasciato ai personaggi secondari e alla loro difficoltà di adattarsi a questo desolante piano d’esistenza. E loro non hanno nemmeno la stessa testardaggine, tenacia e ottimismo di Kimmy.



Ciononostante la maggior parte di loro, tipo Jacqueline White, se la cava abbastanza bene. Sort of.


Dopo aver seguito i consigli di Kimmy, Jacqueline ha deciso di porre fine con un divorzio alla sua esistenza da moglie-trofeo, cercando inoltre di riscoprire le sue radici indiane (!) e di non sfigurare con le altre mogli straricche di New York: fortunatamente Kimmy e un originale di Piet Mondrian verranno in suo soccorso, insieme alle Mentos salva-tutto (perché gli anni ’90 non muoiono mai). E devo dire che le parti con Jacqueline sono tra le mie preferite di sempre.

E, mentre il sempre umile e modesto Titus (grazie di esistere) affronta i rischi di una relazione seria e stabile con Mickey, l’operaio italiano, Lillian è invece alle prese con un quartiere sempre meno malfamato, cosa che non rispetta per niente la sua visione ideale del mondo (vabbeh, ognuno ha le sue battaglie).




Per tirare le somme, in questa stagione sembra essere Kimmy la vera mentore di tutti gli altri personaggi, quando invece teoricamente dovrebbe essere lei ad aver bisogno di una dritta o due (e ne ha bisogno, in effetti, o non andrebbe dalla psicologa. Che ha a sua volta bisogno di uno psicologo, ma tant’è). Insomma, Kimmy è una sorta di grillo parlante venuto direttamente dagli Anni ’90, i quali, btw, ce li portiamo SEMPRE appresso: inutile far finta di niente. Ormai ad ogni mercatino dell’usato non faccio che cercare Now That Sounds Like Music.

 

E, tra personaggi che già non vediamo l’ora di rivedere (perché, sì, ci sarà una terza stagione) e perle di saggezza à gogo, della “forte trama orizzontale” (quella “cosa” che vogliono disperatamente tutti) ce ne freghiamo altamente e il nostro unico desiderio è assistere ancora a conversazioni di questo tipo:

 
 

Pls, qualcuno porti Kimmy a vedere Zootropolis, in modo che possa approfondire ulteriormente il nostro suo feticismo per le volpi.
E, dopo aver tirato in ballo il Robin Hood più affascinante della storia del cinema (di sicuro più di Russell Crowe), non saprei proprio come concludere se non come uscirebbero di scena Kimmy Schmidt e madre… e CHE madre: credo di aver svegliato tutto il quartiere, con le mie strilla, non appena ho scoperto chi era.

CIAO PHOEBE CIAO

E ricordiamoci: FEMALES ARE STRONG AS HELL!

Vain
Gattofila Serpeverde, attendo invano che Robb Stark resusciti come licantropo; Tennant ha invaso camera mia con la sua faccia; ho un'insana mania per i musical e per tutto ciò che fa rima; leggo #UnFumettoAlGiorno e scrivo per Blue Box Series e Mangaforever; intanto, vado a caccia di idee per sceneggiature e cose varie.

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