Humans – E tu sei davvero umano?

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Attenzione! Questa è una recensione quasi spoiler free! Bello, vero?

Quando si parla di serie tv distopiche, universi alternativi e soprattutto robot, il rischio di prendere una cantonata e di cadere nel sentito e risentito è molto alto: passando dagli intramontabili Blade Runner e Io, Robot, l’impressione è quella di averle viste tutte (o lette, perché qui parliamo di Philip Dick e Isaac Asimov, mica due qualunque) e questo non aiuta certo le serie tv che vogliono trattare di questi argomenti.

Quando mi sono imbattuta in Humans, quindi, mi sono detta: “Un’altra storia sui robot che si ribellano? No grazie.”

Eppure c’è stato più di un motivo che mi ha spinto a non ascoltare quella vocina nella mia testa che mi diceva di lasciare perdere:

  • Eravamo in pieno periodo estivo e purtroppo, come tutti i telefilm addicted sanno e temono, le serie tv da vedere scarseggiano come la brezza fresca a ferragosto
  • È una serie sci-fi e lo sci-fi è quasi sempre cosa buona e giusta
  • Nonostante tutto, il tema dell’intelligenza artificiale, androidi, robot e compagnia bella sono un po’ il mio guilty pleasure
  • Colin Morgan (motivazione serissima).

Humans descrive una realtà alternativa contemporanea del tutto simile alla nostra, ma in cui i lavori di fatica e di pubblica utilità vengono eseguiti da dei robot dalle fattezze umane molto remissivi e a tratti inquietanti chiamati synthethics o synths.
synth possono essere comprati nei negozi proprio come faremmo noi con un aspirapolvere, per essere poi assegnati alle più varie occupazioni (dal curare gli anziani, al fare i bidelli a scuola, al lavorare miniera, a fare le prostitute), che eseguiranno senza fare una piega perché sono macchine e questo le macchine fanno. Essenzialmente i synth sono schiavi di chi li possiede, cosa che però la maggioranza degli umani non percepisce come problema perché, in quanto robot e non persone, essi non hanno sentimenti e non possono percepire la miseria della loro condizione. Ovviamente la storia deve partire dal disequilibrio che mette in crisi il sistema, perciò nella prima puntata apprendiamo che in realtà esistono dei synth con sentimenti umani e che per questa ragione sono ricercati da dei loschi individui che hanno lo scopo di eliminarli/riprogrammarli.

Senza spoilerare troppo, possiamo dire che la trama prosegue parallelamente su tre filoni che si intrecciano: c’è Leo (Colin Morgan), un ragazzo che sta facendo di tutto per recuperare i synth senzienti; il vedovo George, che usa il suo vecchio e obsoleto synth come custode dei suoi ricordi visto che lui ha problemi di memoria e che in realtà è meno innocuo di quel che sembra; e infine c’è la famiglia apparentemente felice dei sobborghi inglesi, che compra a sua insaputa proprio una dei synth senzienti come aiuto domestico.

Robot ribelli e niente di nuovo, quindi, ma questo non mi ha comunque impedito di godermi questa serie. Al contrario di quello che avevo previsto, la trama del gruppo di synth coscienti non mi ha granché interessata, se non come utile e necessario espediente per far procedere la storia a livello narrativo.
Ciò che invece mi è piaciuto sono state le riflessioni che mi ha suscitato la visione dell’ impatto dei synth sugli umani e come questi riescono ad avere effetti sulla vita dei loro padroni pur essendo,  di fatto, dei gusci vuoti: ecco quindi che il padre di famiglia, Joe, si ritrova ad affrontare l’esplodere della crisi del suo matrimonio, anche se ormai il rapporto con la moglie era incrinato da anni di scarsa comunicazione, mentre un marito assente si vede rimpiazzato perché la moglie si è innamorata proprio di quel robot così perfetto e disponibile ma che, per ironia della sorte, non è assolutamente in grado di amarla. Ma d’altra parte, per quanto possano apparire senza difetti, è proprio la mancanza di imperfezione umana a rendere i synth degli umani imperfetti.

Ed è proprio questo riversamento di sentimenti e valori sui  synth da parte di umani estremamente soli e in crisi che ne mette in allarme altri. Ecco quindi che quelli che erano i primi dubbi si trasformano nelle prime proteste (che ricordano in modo allarmante i più ahimè reali  “L’Italia agli italiani” e simili): “Se questi synth sanno fare tutto, allora che scopo hanno gli umani? Se il progresso della tecnologia non farà altro che crearne sempre di più avanzati, allora un giorno gli umani non saranno più utili? Perché continuare a produrre synth se questi possono portare via a noi umani non solo il lavoro, ma anche la casa e la famiglia?”.

Sono queste le domande che progressivamente ci vediamo poste e che trovano una risposta seguendo le vicende dei protagonisti della storia.

Una serie forse non così originale ma interessante, con i suoi colpi di scena e con un  messaggio chiaro: l’umanità non è una condizione d’essere, ma una qualità. Anche se la maggior parte dei synth non  prova sentimenti, è il modo in cui vengono trattati dai loro padroni a farci capire se questi padroni possono fregiarsi del titolo di “esseri umani” o meno. È un po’ come diceva Albus Silente: se vuoi sapere com’è un uomo, guarda bene come tratta i suoi inferiori, non i suoi pari.
È quindi grazie alla convivenza, all’accoglienza, all’aiuto reciproco e all’empatia che la vicenda si risolve: sono infatti queste le qualità che ci rendono umani (inteso come aggettivo, non come sostantivo) e soprattutto migliori, non è l’essere fatti di acqua piuttosto che di plastica, né l’essere nati in un posto piuttosto che un altro, ed è una cosa che, in generale, è sempre bene ricordarsi.

 

 

Valentina
26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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