Flesh and Bone, il recupero che va fatto

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti

Le vacanze natalizie si sono ahimé ormai concluse e con l’anno nuovo è partito il solito toto-bilanci-e-buoni-propositi.
Se siete alla ricerca di un ultimo punto da segnare sulla vostra To Do List del 2016, ecco a voi ciò per cui mi ringrazierete: guardare Flesh and Bone.
E nel caso lo abbiate già fatto, sono sicura che siete approdati qui perché sapete bene che guardare questi 8 episodi è cosa buona, giusta e doverosa. Amen.

L’anno telefilmico 2015 si è concluso con questo piccolo gioiellino proposto da Starz, l’emittente che ci aveva abituato a rifarci gli occhi con i bellissimi paesaggi e i prestanti omaccioni scozzesi di Outlander. Ma se in questo caso la storia andava sempre più a quel paese (e mi sto sforzando per non dire altro e scendere in modi di dire decisamente più scurrili) episodio dopo episodio, con Flesh and Bone la rete americana sembra aver imboccato – grazie al cielo – la tendenza opposta.

La serie mi ha conquistata ancor prima di iniziare a narrare le sue vicende e ci è riuscita con una opening che racchiude in sé bellezza, fragilità, delicatezza e musica, ossia un ottimo riassunto di tutto quello che è, di fatto, l’universo narrativo di Flesh and Bone.
Dopo la magnifica sigla di Outlander, Starz ha fatto doppietta anche in questo caso, producendo credits davvero sublimi e curatissimi.

Flesh and Bone si svolge nella caotica e piena di possibilità città di New York e segue la vicenda di una ballerina di danza classica, Claire Robbins. Percepisco i vostri sguardi perplessi ma no, non siamo ai soliti cliché che fanno spesso – davvero troppo troppo spesso – da contorno a questo genere di storie e che fanno sollevare gli occhi al cielo pressoché chiunque.
La particolarità qui è che sì, la danza è centrale, ma è allo stesso tempo marginale.
La danza diventa il pretesto per raccontare l’ascesa non solo artistica, ma soprattutto personale e intima di una ragazza anagraficamente giovanissima ma già inseguita da troppi demoni.

 
 

Flesh and Bone presenta un lavoro finissimo sull’introspezione di tutti i suoi personaggi e lo fa in modo perfetto: non si mitizza nessuno, nessuno è ascrivibile al bene o al male supremo, ma ciascuno mostra così tante sfaccettature che diviene impossibile, per lo spettatore, prendere una posizione netta nei loro confronti. Hanno zone di luce, molte zone di ombra, ma anche così tante sfumature intermedie, proprio come ogni essere umano vero e proprio, al di fuori di uno schermo. E stare completamente dalla parte di uno o dell’altro diviene impossibile.


Claire fugge da un passato tormentato che episodio dopo episodio, scoperta dopo scoperta, arriva a mostrarsi per quello che è: raccapricciante, scioccante e sicuramente disturbante.
Si analizza dunque la storia di una piccola donna che tenta di prendere confidenza con la vita, con sé stessa, con il mondo esterno. Vedo in lei la metafora di una farfalla, dal bozzolo alla possibilità finalmente di volare libera, rompendo ogni legame con un mondo ovattato e claustrofobico che sembrava averla inghiottita. O la personificazione di quella glass ballerina che sembra rappresentarla così appieno in quanto a fragilità ma anche a molteplicità di sfaccettature.

Ma è un percorso difficile, perché la strada che ha deciso di intraprendere non è certo la più semplice e soprattutto perché, come si vedrà nel corso della narrazione, lei è la peggior nemica di sé stessa. Si passa dal compatirla e dal volerla aiutare, al volerle in certi casi urlare di scuotersi, di uscire da quella specie di passività e torpore che sembra inghiottirla.
Claire è interpretata da una bellissima e bravissima (tanto nella danza quanto nella recitazione) Sarah Hay, che ha saputo conferire al suo personaggio quel senso di aura quasi mistica che pare avvolgerla ogni volta che appare sullo schermo.

 
 

Ma come se non bastasse, Flesh and Bone non fa solo questo: analizza una famiglia a pezzi, dinamiche affettive disturbanti e mostra un mondo della danza fatto di sacrifici, folli gerarchie, rivalità e stili di vita ai limiti. Non la solita visione superficiale quindi, ma uno sguardo attento e a tratti anche accusatorio su situazioni complesse e su un ambiente tutt’altro che facile.
Io non sono mai stata fan del balletto (giocavo a calcio, non proprio la stessa cosa graziosa) o di un’impostazione rigida e competitiva come quella qui rappresentata, ma vi assicuro che mi sono trovata totalmente coinvolta nella vicenda e gli otto episodi che mi ero imposta di non maratonare sono finiti subito, senza che neanche me ne rendessi conto.

Il finale raggiunge una vetta per me altissima, e lo fa mescolando elementi narrativi reali ad aspetti quasi mitologico/simbolici che portano ad una netta rottura con quella che Claire era, lasciando aperta la porta per quella che Claire diventerà. Neanche alla fine abbiamo la soddisfazione di capire cosa passi davvero nella mente di quella ragazzina che sembra come sabbia che scivola via tra le dita, ma in fondo è proprio questo l’aspetto che rende questa mini serie così particolare e ben riuscita tanto da meritare sicuramente di essere vista.

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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