Elogio a Penny Dreadful, la serie tv che non finirà mai di mancarci

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Tempo di lettura previsto: 6 minuti

A più di una settimana dal series finale di Penny Dreadful vi scrivo con il cuore ancora spezzato, tanto che avrei voluto lasciare questo articolo privo di un qualsiasi titolo, in quanto non penso possa esistere nulla di anche solo vagamente all’altezza di tutta la bellezza e la poesia a cui abbiamo assistito in un maestoso crescendo, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione.

 
 
 

Sono stati tre anni meravigliosi, tre stagioni di progressiva discesa introspettiva all’interno di personaggi così stupendamente articolati e sfaccettati che abbiamo imparato ad amare incondizionatamente. Londra vittoriana, riferimenti alla letteratura romantica, personaggi così diversi eppure così perfettamente amalgamati tra loro: Penny Dreadful è fondamentalmente questo, ma è stato anche molto di più.
Potremmo riassumere il percorso con cui questa serie tv di Showtime ci ha conquistato il cuore in questi termini: nella prima stagione ci ha convinti a proseguire con grandi aspettative, nella seconda ci ha fatti innamorare passeggiando nella brughiera inglese e nella terza ci ha completamente ipnotizzati, avvolgendoci nel suo manto di tenebre e prendendo le nostre anime, come Dracula ha fatto con Vanessa.

 
 

La lotta contro l’oscurità è di fatto la lotta contro i propri demoni interiori e da personaggi così fragili e tormentati sono nate interazioni e dialoghi di un’incredibile delicatezza e poeticità che ci hanno strappato spesso lacrime e brividi. Ricorderò per sempre la bellezza di quelle interazioni tra Vanessa e John Clare, culminate con il bottle episode A blade of grass (3×04) in cui vediamo un altro doloroso stralcio del passato di Vanessa e nel quale Eva GreenRory Kinnear reggono maestosamente da soli l’intera scena, per un’ora intera che sembra volare come una ristrettissima manciata di secondi.

 
 
 

Ma la bellezza di questa piccola grande serie tv è sempre stata rappresentata dalla coralità: nessun personaggio qui è secondario, non vi è mai qui alcuna scena in cui si alzano gli occhi al cielo vedendo comparire qualcuno di meno amato o apprezzato. Ed è così che nella terza stagione vediamo crescere esponenzialmente il ruolo di Lily, da vittima ad agguerrita paladina delle donne sottomesse, e assistiamo ad una incredibile prova di bravura di una Billie Piper che mai come ora mi aveva così ampiamente convinta e soddisfatta praticamente in ogni scena.

 
 

Dorian Gray e Victor Frankenstein sono i due uomini che si trovano a gravitare intorno a questa donna così affascinante e pericolosa. Il primo, messo in un angolo, solo nel finale sembra riuscire a ristabilire la sua autorità, consolazione molto amara però, in quanto la propria immortalità è la sua vera condanna che lo costringe a vivere una vita di illusioni e di solitudine, senza affetti e senza possibilità di provare quella passione che solo la vita decadente dei mortali può rendere così forte e per questo così unica e autentica.
Dorian e Lily condividono questo peso e questo legame, ma mentre Dorian finge, come in uno dei più falsi ritratti, che questa immortalità sia di fatto un dono prezioso, Lily ne riconosce la tremenda desolazione, e saluta Dorian con lo sguardo di chi spera che prima o poi anche l’uomo arrivi ad ammettere la cruda realtà che incombe sui loro destini.

 
 
 

Victor in questa terza stagione altro non è che il ritratto della pena e della sofferenza: innamorato di una donna che lo ha ripudiato, prova a convincersi che ci sia una soluzione scientifica per ammansirla, per accorgersi solo nel finale che dietro alla più feroce apparenza, si nasconde sempre una immensa fragilità. Lily altro non è che questo dopo tutto, e anche la scena conclusiva tra questi due personaggi commuove e rende palese come nulla di razionale e scientificamente spiegabile possa esserci dietro ai comportamenti umani.

 
 

Il destino triste e lastricato di dolore sembra essere quel fil rouge che lega tutti gli esseri immortali qui presenti: Lily e Dorian come già detto, e non per ultimo anche quel John Clare che proprio nel momento in cui riabbraccia il figlio, si vede letteralmente scivolare via tra le mani la sua vecchia vita e la sua vecchia famiglia, ritrovandosi a guardare in faccia la realtà e a realizzare che anche per lui solo la solitudine e l’infelicità saranno le fedeli compagne dell’eternità.

Questa Blessed Dark che dà il nome all’episodio finale si estende a macchia d’olio anche su tutti gli altri personaggi: Vanessa, concessasi a Dracula, nell’ultimo straziante incontro con il suo vero amore Ethan capisce che solo il suo sacrificio potrà ristabilire i presupposti per la vittoria della luce sulle tenebre. Ethan comprende che l’unico modo per farlo è uccidere la sua amata e la scena in cui prende consapevolezza di questa terribile verità è quanto di più alto possa esistere. Bravissimo Josh Hartnett a far trasparire il dolore del suo personaggio, come anche nella scena in cui, dopo aver sacrificato la sua donna in nome di un bene più grande, si reca nella stanza che un tempo era stata la camera da letto di Vanessa e con sguardo vuoto ma allo stesso tempo colmo di dolore si abbandona sul pavimento, schiena contro il muro, incapace di muoversi.

 
 
 

Per Ethan, così come per Malcom, si apre forse la possibilità di provare a superare un lutto così grande e sperare che il futuro riserbi per loro qualche spiraglio di luce, reso possibile e auspicabile dal sacrificio di quella grande, magnifica donna che portava il nome di Vanessa Ives.
Innesti molto riusciti in questa terza stagione sono stati quelli di Dracula, da subito molto affascinante, seduttivo e convincente, della psicologa Seward – parente dell’amata Cut Wife della season 2 – del Dottor Jekyll e infine anche di Catriona Hartigan, quella donna che avrebbe potuto essere ancor più interessante se, ahimé, questa preziosa serie non avesse deciso di giungere al suo triste ma poetico epilogo così inaspettato e logorante.

 

In conclusione ciò che ci lascia Penny Dreadful è un doppio senso di tristezza: malinconia per vedere il tutto concludersi qui dopo un continuo crescendo che non ha mai sbagliato un colpo, e profondo dolore per quell’inevitabile senso di perdita e lutto che sembra pervadere ogni personaggio. Ma proprio per il coraggio di fermarsi qui e proprio per aver chiuso così brillantemente e in modo così oscuro il tutto, penso che la parabola di Penny Dreadful debba essere per sempre ricordata come esempio di serie tv perfettamente riuscita e immensamente interpretata, scritta e scenografata. E in fondo, per citare una frase di Vanessa, a noi tutto questo decadentismo commuove e apre il cuore, perché “all sad people like poetry”.
Penny Dreadful, con la sua profonda discesa verso l’oscurità e l’abisso dell’animo umano ha di fatto portato la luce al mondo della serialità, e rappresenterà una profonda mancanza che negli anni a venire difficilmente verrà colmata.

Grazie per questa avventura, grazie per questa bellezza.

Elisa

Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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