Doctor Who Christmas Special: Twice Upon a Time

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Tempo di lettura: 7 minuti

Più di cinque mesi.
C I N Q U E !
Così tanto abbiamo dovuto aspettare per Babbo Natale lo Speciale di Doctor Who: l’ultimo di Capaldi, l’ultimo di Moffat, l’ultimo di Bill… Insomma, l’ultimo di parecchie cose. E il fatto che ora dovremo aspettare circa nove mesi ( N O V E : chiamatelo, se volete, “parto”) per attendere l’Undicesima stagione, certo non aiuta. Ma sapete cosa aiuterebbe? Delirare tutti insieme su quest’ultimo Speciale di Natale: il modo migliore per ingannare l’attesa!

Rigenerazioni, companion che ritornano, vecchio e nuovo, uno sguardo velocissimo al primo Dottore donna: Twice Upon a Time è stato tantissime cose, ed ecco cosa ne pensa lo staff whovian di BlueBoxSeries!


Linda – Oh, brilliant!

Si dice che a Natale siamo tutti più buoni, ma ovviamente questo detto non si applica a Moffat il Malvagio, che anche quest’anno starà banchettando con le nostre lacrime. Ma va bene così, perché rigenerazione fa rima con disperazione, quindi non ci resta che crogiolarci nel nostro dispiacere e ammettere che questa volta lo zio Steven ha fatto un bel lavoro. Ancora una volta si è dimostrato migliore nell’occuparsi di un singolo episodio piuttosto che di un’intera stagione. Una trama semplice senza troppi fronzoli e tentativi di ricercare l’epicità, tutte cose che – non me ne vogliano i super fan di Eleven – mi avevano fatto apprezzare poco l’ultima rigenerazione.

Questo episodio è invece piuttosto statico, complici anche le numerose scene di dialogo tra i due dottori, e ruota tutto intorno a un semplice concetto: noi siamo fatti di ricordi; i ricordi che le altre persone hanno di noi sono quello che ci rende reali, e allo stesso tempo noi siamo noi stessi grazie a tutti i nostri ricordi. Oh, brilliant! Così hanno trovato una scusa per rimediare al pasticciaccio che avevano combinato con Clara e far tornare al Dottore i ricordi della sua companion. Perché è Clara la sua companion, la prima faccia che ha visto Twelve, ed è giusto che la veda un’ultima volta prima di cambiare.

A proposito di ricordi che spariscono, però, c’è ancora da capire come il primo dottore si sia poi dimenticato di quello che è successo. Ecco, forse questo buco di trama lo potevi evitare, Moffat caro. A meno che non fosse un buco di trama e che in mezzo a tanti feels mi sia persa io un passaggio (molto probabile).

Per il resto, l’idea di far interpretare il Primo Dottore a David Bradley è stata piuttosto vincente. Quando due Dottori interagiscono si creano sempre delle dinamiche interessanti e divertenti. Lascia un po’ perplessi la differenza tra i due; non che due Dottori non debbano essere diversi, anzi, ma essendo due viaggiatori nel tempo e nello spazio è molto strano che uno dei due sia così radicato negli ideali della società terrestre degli anni Sessanta.

Ma se lo si vede come un espediente per mostrare quanto sia cambiata la nostra società – o quanto dovrebbe essere cambiata – in più di cinquant’anni, funziona. In questo senso, Bill rappresenta la contemporaneità: libera, aperta ed egualitaria. Ecco, forse il suo personaggio poteva essere gestito in modo diverso, già a partire dalla scorsa stagione, ma per questo ormai è tardi e non ha neanche tanto senso parlarne.
Che dire degli altri personaggi? Nardole ha confermato la sua inutilità. Mark Gatiss invece ci sta sempre; un ulteriore riferimento al Classic Who (il suo personaggio si rivela un antenato del Brigadier) era forse ridondante, ma magari lo era solo per me, ai nostalgici qualsiasi riferimento farà sempre piacere, immagino.

I momenti più emozionanti: le musiche, o meglio, i temi dei vari personaggi, che si inserivano a tradimento portando malinconia incredibile, ma soprattutto il monologo. Il monologo è stato spettacolare. Che quel “Be kind” fosse il preludio di quale sarà la prima caratteristica che vedremo in Thirteen? Difficile dirlo, e quando il Dottore non è stato gentile, dopotutto? Vedremo, per ora l’unico commento mi sento di fare dopo aver visto Jodie Whittaker è: Oh, brilliant!


VainIndifferenza portami via (aka: dove sono le lacrime?)

C’era una volta… o meglio, due volte: due, come i Dottori di Twice Upon a Time; due, come le rigenerazioni a cui abbiamo assistito da poche ore.
Non sapevo cosa aspettarmi, da questo Speciale: mi sembrava già un mezzo miracolo che che ci fosse una nuova puntata di Doctor Who da vedere, senza pensare che Capaldi avrebbe pronunciato il suo discorso di addio (posso dire che i discorsi pre-rigenerazione sono un po’ troppo lunghi?) per poi essere avvolto dalla luce dorata che conosciamo fin troppo bene (ahimé).

Insomma, mi ero momentaneamente scordata (come ho fatto, non so) che avrei dovuto prepararmi a versare tutte le mie lacrime: ma poco male, perché quella di Peter Capaldi è stata – ahimé #2 – l’unica rigenerazione a non avermi commossa affatto. Il che è grave, se penso che pure quella di Matt Smith mi aveva strappato qualche lacrima, nonostante l’Undicesimo Dottore sia ancora il mio peggior incubo. Per carità, non credo che l'”efficacia” di un episodio sia direttamente proporzionale alla quantità di lacrime versate, però stiamo parlando di Doctor Who, insomma… dove il #drama regna sovrano!

Il Dodicesimo è stato un Dottore atipico. La whovian che è in me avrebbe voluto amarlo alla follia, ma di fatto non ci sono mai riuscita: fin dalle sue prime puntate ho avuto la sensazione che Capaldi avesse un infinito potenziale, un potenziale che, però, non è mai stato sfruttato. Nemmeno alla fine.

Una parola per descrivere questo Speciale? Indifferenza.
Perché è stata una puntata abbastanza piatta, senza un vero conflitto, intervallata solo dalle gag dei due Dottori (carine, eh).

Il fulcro di questo Speciale, in teoria, era la scelta del Dottore (anzi, dei Dottori) riguardo la rigenerazione: morire definitivamente, e quindi finalmente riposare, o continuare a vivere e a lottare, pur con un altro volto? Mi sono persa il passaggio in cui sia il Primo che il Dodicesimo rifiutano la morte definitiva e decidono di rigenerarsi… o forse era un passaggio talmente flebile che me lo sono persa. Scusate, sono una ragazza distratta.

Mi rifiuto, poi, di parlare di quella versione diluita di una puntata di Black Mirror che è stata il Testimone (si chiamava così?). Che poi, domanda: ma quindi Bill era morta? No, perché io ero rimasta che si era trasformata in quella sorta di roba oleosa vivente… che comunque è sempre “vivente”, no?

Per i delusi come me, non rimane che aspettare l’autunno del prossimo anno: “Una nuova speranza”, tanto per citare un altro fandom.
E spero che “Brillant!” non diventi il “tormentone” del nuovo Dottore: “Brilliant!” lo dice solo Tennant, ok?! xD


Valentina – Una puntata che più meta non si può

Come al solito arrivare ultima a commentare vuol dire barcamenarsi tra “Uh, volevo dire questo, ma l’ha già detto lei, però meglio”.

Senza troppi giri di parole, io come al solito ero partita prevenuta: questo principalmente perché la rigenerazione del MIO Dottore, Eleven, era stata una puntata talmente brutta da farmi rimanere basita, figurarsi se ero in grado di versale qualche lacrima. Di conseguenza, non avevo grandi speranze per questo speciale: Twelve ha avuto la fortuna di essere interpretato da quello che mio nonno definiva un attorone ma, sebbene abbia avuto delle puntate davvero eccellenti, non mi ci sono mai davvero affezionata. Non so se sia stata la caratterizzazione a me personalmente poco affine o la stanchezza nella scrittura degli episodi (soprattutto le trame orizzontali), fatto sta che quello che più aspettavo di questa puntata era la comparsa di Jodie Whittaker, nei panni del Tredicesimo Dottore.

Poi però è successo l’incredibile: la gola si stringe e il magone rimane lì; gli occhi si inumidiscono ma tu testarda non vuoi dare soddisfazione a nessuno, men che meno a Moffat. Al discorso della rigenerazione (bellissimo, forse uno dei miei preferiti del New Who) non ce l’ho fatta più e ho iniziato a piangere come un vitello. Ed è stato lì forse che ho capito davvero la vera forza di Twelve: è il Dottore che si è evoluto di più, il cui carattere non è dipeso solo dalle esperienze vissute dalla sua precedente incarnazione, ma da tutte le singole puntate che ha affrontato nella sua vita telefilmica.

Alla luce di questo, ha anche senso l’indecisione di fondo che tormenta il protagonista per tutta la puntata: è il dilemma di un uomo stanco, che non vuole fare “accanimento terapeutico” su se stesso. Ai fini del passaggio di consegne, questo non volere arrendersi alla rigenerazione ha metaforicamente rappresentato il tormento di tutti quelli che non vogliono proprio accettare  questo cambiamento, che mai come questa volta si preannuncia drastico. Mi sono venuti in mente tutti quei commenti, il giorno in cui è stato presentato Tredici, di quei geniacci che piuttosto che vedere un Dottore donna avrebbero, nell’ordine:

  • smesso di vedere la serie (ciao ciao [nda])
  • preferito vedere Twelve come ultimo Dottore ever e tanti saluti a Doctor Who (non ce la fate [nda])

Beh, a mio parare Moffat ha fatto una cosa molto intelligente: da un lato ci ha mostrato la concreta possibilità che il Dottore decidesse di non rigenerarsi, mostrandoci un fantasma di quello che potrebbe essere effettivamente Doctor Who senza il cambiamento, ovvero quella caratteristiche che rende questa serie unica. Dall’altro ha dato, attraverso i commenti del Primo Dottore, delle stoccate a coloro che pensano che il Dottore possa essere solo un uomo. Dunque, ripetiamo insieme: il Dottore è prima di tutto un’idea che evolve insieme a noi, insieme alla società e insieme alla nostra cultura. Giustissime le osservazioni che fanno notare che il Dottore è sempre la stessa persona, quindi non dovrebbero esserci differenze nel suo pensiero tra la prima e l’ultima rigenerazione. Tuttavia credo che, in questo caso particolare, la presenza della prima versione del nostro eroe debba essere considerata come “la prima versione scritta del Dottore”, figlia di una cultura, quella degli anni Sessanta, ancora sessista.

In pratica si tratta di chiudere un occhio e prendere questo Speciale per quello che effettivamente è: una delle puntate più meta di Doctor Who. Più che mai qui si è sentita la presenza dell’autore che dice al suo pubblico “Ecco perché i tempi sono maturi: non solo ci può essere un Dottore donna, ma ci deve essere”. Perché per quanto il Dottore sia una presenza quasi immutabile e costante nell’Universo, che quindi non dovrebbe risentire né del tempo né dei cambiamenti del mondo degli uomini, la serie Doctor Who, al contrario, vive nel mondo degli uomini ed è il suo specchio e in quanto tale deve rifletterne i cambiamenti, perché altrimenti non riuscirà più a parlare di noi e a noi nelle sue puntate.

“Please don’t do that”

Che dire di Thirteen a questo punto? Come probabilmente avrete notato io faccio parte della schiera degli entusiasti e non perché sono una donna, ma perché penso che sarà interessante vedere come una personalità come quella del Dottore, autoritaria, burbera, spesso sbrigativa nei modi, verrà percepita nei mondi che visiterà ora che lui è diventato una lei: come pensate reagiranno gli uomini del periodo vittoriano, ad esempio, quando verranno comandati a bacchetta da una che, con ogni probabilità, non godrà di nessuna loro stima?

C’è molta moltissima potenzialità nella prossima stagione ma soprattutto c’è molto territorio inesplorato nella prossima stagione e soprattutto molta, moltissima potenzialità, che spero che Chris Chibnall sfrutti al meglio.

In breve, potete dirmi che Jodie Whittaker non vi convince perché come attrice vi fa schifo e in Broadchurch volevate buttarla giù dalla scogliera, ma non accetto e mai accetterò di sentire che il Dottore donna fa schifo perché donna, perché altrimenti vi meritate Trump e compagnia bella.

Concludo con un lunghissimo applauso a Peter Capaldi, che ha capito quando andarsene prima di stufare il pubblico e saluto Moffat, che invece proprio non l’ha capito (scusa Moff, ma sei di un paio di stagioni in ritardo). Per il futuro, mancano ancora tantissimi mesi e io sto così in hype che il mio subconscio mi ha fatto portare dalla parrucchiera una foto di Emma Stone per poi rendermi conto che in realtà era lo stesso taglio di Tredici. Tanto per farvi un quadro di come sto messa.


Beh, volevamo essere brevi e alla fine è venuta fuori una recensione di 2000 parole, ma che ci volete fare? Doctor Who scatena in noi emozioni, rabbia e pareri contrastati. D’altra parte, senza questa serie probabilmente Blueboxseries nemmeno esisterebbe, quindi siamo contente così. L’appuntamento con il Dottore è a fine 2018, e non sappiamo davvero come faremo ad arrivarci senza impazzire. Qualche suggerimento?

 

BlueBoxSeries
Account di redazione che raccoglie sproloqui telefilmici vari ed eventuali, perché non sempre firmarsi singolarmente è semplice e - soprattutto - conveniente.

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