Doctor Who 9×11 – Heaven Sent

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblr

Che Heaven Sent sarebbe stato un episodio in qualche modo decisivo lo si poteva intuire da due elementi. Il primo è senza dubbio dato dal fatto che è l’episodio immediatamente successivo alla morte di Clara, e un evento del genere qualche ripercussione su Twelve la avrebbe sicuramente portata con sé. Il secondo è invece una semplice questione numerica: siamo già giunti alla 9×11, che significa, ahi noi, che siamo arrivati già quasi al capolinea: il prossimo episodio sarà infatti l’ultimo di una nona stagione che ha convinto un po’ tutti, raccogliendo pareri molto entusiasti.
E questa 9×11 forse è stata addirittura la puntata più bella fin qui, e, forse vogliamo anche un po’ esagerare, uno tra gli episodi più belli del New Who.


Elisa Moffat sposami.
Qualche tempo fa, Capaldi in una intervista aveva anticipato Heaven Sent in questi termini: “In questa stagione ci sarà un episodio molto dark, nel quale mi troverò da solo in un luogo molto particolare”. Abbiate pazienza, sto andando a memoria e non so se il virgolettato rispecchi esattamente le sue precise parole, però diciamo che il concetto sicuramente era grossomodo quello. Letto ciò, pertanto, avevo già iniziato a nutrire una certa hype per “questo fantomatico episodio” che non sapevo neanche in che punto della stagione sarebbe andato a collocarsi.
Ma come ho visto l’intro di Heaven Sent ho capito che era giunto il momento in cui la mia curiosità sarebbe stata soddisfatta.
E che dire? Applausoni a Moffat, perché d’accordo che Capaldi mi aveva creato grandi aspettative, ma un episodio così bello e così convincente non lo avrei mai pensato.

La struttura circolare mi ha rimandato per ovvie ragioni al capolavoro che è Blink e il fatto che possa accostare questi due episodi senza rendere il paragone una bestemmia, già dovrebbe dirla lunga: Heaven Sent è un signor episodio.
Tre le cose che mi hanno colpita particolarmente e sulle quali mi soffermerò senza ulteriori indugi:
1. Il Capaldicentrismo.
Quando dicevo che per me si poteva fare un episodio con anche solo 45 minuti di Peter Capaldi e null’altro, intendevo esattamente questo. E Moffat ha voluto fare l’esoso, concependo una puntata in cui Capaldi è solo sullo schermo per ben 53 minuti. Scusate: non è che è semplicemente “presente sullo schermo”, ma questo schermo lo rompe proprio, per mezzo della bravura che questo tenero uomo scozzese trasuda da ogni interpretazione.

 
 

2. L’atmosfera dark e l’ambientazione.
Mettetemi insieme elementi come Doctor Who, oscurità, castelli random e ambientazioni un po’ goticheggianti e creepy e avrete il controllo della mia anima.
Sarà che condivido la filosofia di vita di Sally Sparrow, “I love old thing, they make me sad. Sad is happy for deep people” – ecco di nuovo un rimando a Blink, scusate – sarà che quando vedo la darkness (o dahkness, da leggersi rigorosamente con accento british) rappresentata sullo schermo non capisco più niente, ma devo dire che ho passato 53 minuti in totale adorazione di tutto.


3. I feels vari dai quali sono scaturite associazioni a stagioni passate che non riesco a reggere.
Twelve che cerca Clara con frasi, parole e sguardi. E Clara non c’è più, se non nella sua mente.
Twelve da solo dentro un TARDIS buio e soprattutto vuoto, silenzioso.
Clara che si è praticamente ridotta ad un rumore di gessetto che scrive su una lavagna.
Ecco, ditemi come si fa a sopportare tutto questo. E come si fa a sopportare tutto questo in rapporto a parallelismi che sorgono spontaneamente nella mente e che rimandano a stagioni passate: Ten da solo nel TARDIS quando tutti ormai se ne sono andati, quel “I don’t like endings” buttato lì da Eleven prima che i Pond fossero toccati dal Weeping Angel, o anche quel “You’re always here to me” che Eleven aveva detto a River ma che in questo caso si applica molto bene a Twelve, per Clara.
Ecco, a me Heaven Sent ha suscitato tutto questo e per questo l’ho amato. Tanto.

 
 

Due note finali: il Dottore ritrova Gallifrey, o meglio, i Time Lords hanno trovato il Dottore e il ricongiungimento sarà tutt’altro che idilliaco a questo punto. Finalmente nel finale di stagione vedremo approfondita meglio questa storia dell’Ibrido che ha fatto da sfondo a 11 episodi e chissà, magari rivedremo anche Missy. Inutile dire che il finale di episodio mi ha lasciato con la mandibola al piano di sotto, perché una risoluzione del genere non me lo aspettavo affatto. Again, bravo Moffat.
Ma, c’è un MA: non sarebbe Moffat se fosse altrimenti. Il dubbio che Heaven Sent mi ha lasciato è questo: se nel castello ogni stanza di resettava dopo un tot di ore, perché il muro di diamante non faceva altrettanto? Plot hole o solito inghippo moffattiano?
Io propendo per seconda ipotesi: ogni stanza si resettava tornando alla modalità in cui era quando il Dottore arrivava. E infatti, ogni volta che il Dottore arriva, bruciatura dopo bruciatura, il muro è di volta in volta sempre più scalfito. Insomma, anche qui è la solita questione del wibbly wobbly timey wimey, che permette a Moffat di paracularsi un po’ e a noi di porci domande alle quali probabilmente non avremo mai risposta.

  


LindaPersonally, I think that’s the hell of a bird”

Sono sicura che questa puntata metterà d’accordo tutti i fan, perché questo secondo me è il classico episodio che se-non-ti-è-piaciuto-è-meglio-se-cambi-telefilm. Forse sono un po’ drastica, ma l’hype non mi ha ancora abbandonato e al momento ho il giudizio un po’ offuscato dall’epicità assoluta di quanto ho appena visto.

Ci sono tutti gli elementi per renderlo l’episodio perfetto: la genialità di Steven Moffat (con il quale ho un rapporto di amore-odio, ma quando è amore lo è davvero tantissimo) che ha saputo inventarsi una trama avvincente e avventurosa, ma anche cervellotica come solo lui sa fare;

la perfezione delle musiche di Murray Gold, delle quali ho sentito una presenza quasi fisica, come se riempissero il castello di tutti quei personaggi che questa volta non hanno accompagnato il Dottore; Capaldi, Capaldi, Capaldi. Era da tanto che non avevamo una puntata così incentrata sul Dottore come personaggio, e la dodicesima versione di questo intrigante alieno necessitava assolutamente di un approfondimento come questo, senza nessun altro che rubasse la scena. Pensavo che avrei sentito la mancanza di Clara, essendo io una sua fan, invece non è successo: per prima cosa perché non c’era nessun personaggio secondario inserito apposta per perdere rovinosamente il confronto con una vera e propria companion; ma soprattutto perché Clara c’era, viva nei ricordi del Dottore, rifugio rassicurante e costruttivo, come lo è il Tardis. Tardis che, com’è avvenuto per la musica, ho percepito come un vero e proprio “personaggio”, un compagno che condivide con Twelve momenti letteralmente bui, durante i quali le luci si spengono e il Dottore sembra perso, per poi riaccendersi una alla volta perché c’è sempre una via d’uscita, basta non arrendersi e non perdersi d’animo (almeno in questo telefilm, nella vita reale è tutta un’altra storia).

Ho apprezzato tantissimo il crescendo finale, soprattutto perché quando incominci a pensare che forse è ora di finirla con le scene che si ripetono uguali ogni volta – il concetto è stato chiarito, ti accorgi che non sono proprio identiche una all’altra e che la storia dei fratelli Grimm sta andando avanti poco a poco. Ecco allora che, come uno di quegli ingranaggi che governavano il gigantesco castello meccanico, anche nel tuo cervello l’ultimo pezzo del puzzle si incastra e tutto assume un senso nuovo. Bird è the Doctor, one hell of a Doctor. Questo parallelo tra la sua storia e quella che lui stesso sta raccontando è secondo me il momento più alto di tutta la stagione, pensato e scritto in maniera perfetta, recitato ancora meglio.

Ancora più sorprendente l’ultima scena, dove finalmente abbiamo capito cosa c’era nel “confession dial” del Dottore. Anche se, ripensandoci, non abbiamo capito un bel niente: non doveva trattarsi del suo testamento? Com’è che a Gallifrey il testamento è un marchingegno pensato per estorcere informazioni? E la questione dell’ibrido, ma cos… EH???

Gli interrogativi a cui Moffat dovrà rispondere nel prossimo episodio sono tantissimi. Mi auguro con tutto il cuore che non moffattizzi tutto come al suo solito, fornendoci risposte che creano solo altri paradossi e fondate su basi solide quanto quelle di un castello di carte. Dovrà impegnarsi davvero, perché superare – o anche solo eguagliare – il livello di questo episodio sarà difficile, ma per una volta voglio aver fiducia in lui.


Vain – Una puntata = un secondo di eternità

La pagina di un libro può racchiudere la storia di una vita intera: volendo, anche una sola riga potrebbe contenere l’inizio e la fine di un universo. E poi c’è Tolkien che, per descrivere una foglia che vedi per un secondo, a momenti ci mette un capitolo intero. Ma non siamo qui per discutere di scrittura: era tanto per sottolineare il fatto che, in una puntata un po’ più lunga del solito (50 minuti, più o meno), sabato scorso Doctor Who ci ha raccontato un secondo d’eternità.

Le puntate di Steven Moffat fanno sempre discutere: c’è chi lo ama, c’è chi lo odia, c’è chi lo ama-odia, c’è chi se ne sbatte delle identità degli sceneggiatori e vive ignaro e contento. Non ricordo quale sia stata l’ultima puntata di Moffat che mi sia piaciuta dall’inizio alla fine, anche se nelle prime stagioni del New Who gridavo al miracolo ogni volta che finivo una sua puntata, ma da sabato sera posso rispondere: Heaven Sent.

Nel corso della puntata, vediamo il Dottore muoversi tra due ambientazioni: l’interno del Tardis (che fa da “palazzo della mente” alla Sherlock) “infestato” dal fantasma di Clara (che si rivela essere più intelligente della “Clara viva” di Face the Raven. Scusate, ma quella puntata mi innervosirà per tutta la vita) e un castello-labirinto, i cui corridoi sono percorsi lentamente, molto lentamente, da un incubo del Dottore. L’ambientazione e alcuni elementi della storia non hanno potuto fare a meno di ricordarmi film come The Village Il Settimo Sigillo (fottesega, penserete voi, e avete pure ragione: ma citare altre cose fa tanto “persona intelligente” e io ci provo).

heaven sent creature

the village

Il vero labirinto di Heaven Sent, però, non è il castello ma la trama circolare della storia. Niente, infatti, è più labirintico di un cerchio: proprio quando pensi di esserti avvicinato alla fine, ti ritrovi irrimediabilmente all’inizio e la storia si ripete, esattamente uguale. Beh, più o meno esattamente uguale. Anch’io mi sono chiesta come mai la muraglia di diamante non sia tornata come l’originale, ma ho deciso di risolvere con una spiegazione semplicistica: quel muro era il confine tra il castello e il mondo esterno, quindi non seguiva le stesse regole (troppo paraculata, forse? Vabbeh, è comunque abbastanza per farmi stare bene con la coscienza).

Comunque, questa puntata ha sollevato milioni di domande e per tutto il giorno, anche ora, mi super-arrovello: non solo mi chiedo quale sia la risposta alle mie domande, ma anche se sto ponendo le domande giuste (ad un certo punto mi ero accorta di non aver capito un caspio. In più punti, in effetti). Il testamento, Gallifrey, l’Ibrido, sono tutti elementi che continuano a rimbalzare nella mente di ogni whovian: peccato che i nostri palazzi della mente siano in difficoltà. Intanto, in attesa di sabato prossimo (ma avremo veramente TUTTE le risposte, sabato prossimo?), possiamo solo fare delle congetture. E, quando il Dottore si è dichiarato essere l’Ibrido, ma non mezzo Dalek, un certo film degli anni ’90 mi ha ricordato questo:

Se questa fosse la verità, non solo verrebbero scombussolate un sacco di cose (ma già solo l’inserimento della trama sull’Ibrido sta sconvolgendo la storyline del Dottore, come il motivo per cui ha lasciato Gallifrey), ma molti whovian avrebbero qualcosa da ridire (e pure io). Per carità, potrebbe essere un buco nell’acqua, ma Night of the Doctor aveva già ufficializzato l’Ottavo Dottore (prima se ne teneva conto, ma non si era mai capito quanto del film del 1996 fosse canon) e altri elementi del film potrebbero fare lo stesso… Mah…

Prima di concludere, non posso fare a meno di citare anch’io la presenza/assenza di Clara, soprattutto un particolare momento. Quando Twelve vede il ritratto della sua migliore amica, mi sarei aspettata un’espressione sofferta, magari anche che distogliesse lo sguardo, e invece sorride. Questo mi ha commosso molto più di altre cose.

heaven sent clara

E ora chiudo con un’ost, perché Gallifrey la aspettavamo da tempo… anche se i Signori del Tempo sono un po’ strunz.


Valentina – The day you lose someone isn’t the worst. It’s all the days they stay dead.

Surreale, psicologico, emozionante e complesso: sono queste le parole con cui, di pancia, mi viene da descrivere questa incredibile puntata di Doctor Who. Vi dirò, non sono una lover ma nemmeno una hater di Moffat: ha tutta la mia ammirazione quando si tratta di Sherlock, ma per quanto riguarda il Dottore, anche se so che il wibbly wobbly è assicurato, non posso dire di avere  aspettative più alte rispetto a una “normale” puntata. Anche perché cos’è normale in questa serie non lo capirò mai.


Concordo inevitabilmente con quanto scritto sopra e aggiungo solo una cosa: ciò che ha reso incredibile questa puntata non è solo la performance di Peter Capaldi, che è riuscito a non fare pesare 52 minuti ininterrotti di monologo, una cosa che se non gli almeno danno un Bafta io davvero mi trasferisco sulla Luna, ma il fatto che abbiamo avuto un totale accesso alla mente del Dottore. Per la prima volta siamo entrati nella sua testa e non da semplici spettatori che lo guardano attraverso gli occhi della companion di turno.

Eravamo lì, ad assistere a cosa succede realmente nel Dottore quando si trova in situazioni dove di solito sembra che tiri fuori la soluzione dal nulla. Eravamo lì ad assistere, nostro malgrado, a una cosa molto umana: le progressive fasi di elaborazione di un lutto terribile, la morte della migliore amica. Negazione, rabbia, disperazione, per poi arrivare all’accettazione che lo porta a continuare la lotta per due miliardi (!) di anni, spaccando con il pugno una parete fatta del materiale più duro dell’Universo. Tutto questo solo per una promessa, solo per essere ancora il Dottore di Clara Oswald.

Sì, giustamente ci saranno dei dubbi, come ad esempio il misterioso non-reset della stanza 12 o perché diavolo il Dottore non abbia mai pensato, almeno una volta, di tirare la pala in testa a quel simpatico Dissennatore in bianco, tanto per vedere cosa succedeva o almeno per togliersi uno sfizio, ma, davvero, in questa puntata c’è tutto il Doctor Who di cui abbiamo bisogno. È quella storia che ci tiene incollati sulla sedia, dal primo all’ultimo minuto e ci fa pensare che sì, a volte capire è complicato, ma ne vale la pena, ne vale assolutamente la pena.

La domanda che personalmente mi porterà alla 9×12 è una e mi sono quasi caduti gli occhi dalle orbite nel momento in cui ho realizzato: quando il Dottore ha detto che “The Hybrid is me” intendeva “se stesso” oppure “the Hybrid is Me/Ashildr?”


Lo stupore è tanto, perché questa puntata non solo ha messo d’accordo noi, ma ha messo d’accordo tutti i fan, cosa che probabilmente non succedeva dai tempi di Blink. Il finale, sembra quasi incredibile dirlo, si svolgerà a Gallifrey e no, non vorremmo proprio essere nei panni di quei simpaticoni dei Time Lords quando incontreranno il Dottore, proprio no. Vi diamo quindi appuntamento a settimana prossima per la nostra – tristemente –  ultima recensione (almeno fino allo Speciale di Natale) *lacrime*.

BlueBoxSeries
Account di redazione che raccoglie sproloqui telefilmici vari ed eventuali, perché non sempre firmarsi singolarmente è semplice e - soprattutto - conveniente.

Potrebbero interessarti anche...

Informativa: Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Cliccando su accetta, acconsenti all’uso dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi