Buona la terza, The Americans si (ri)conferma grande

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Mercoledì 22 aprile FX ha mandato in onda il season finale della terza stagione di uno dei suoi gioiellini più apprezzati dagli spettatori: The Americans.
Giunti ormai a questo punto, con la bellezza di 39 episodi totali alle spalle, ogni dubbio in merito può considerarsi dissipato. Questa serie infatti non ha mai sbagliato un passo, anzi, ne ha sempre compiuti di coraggiosi, riuscendo ogni volta nell’intento e creandosi un pubblico sempre più fedele ed elettrizzato.
La season premiere andata in onda nel tardo gennaio era stata subito in grado di riprendere la narrazione dove era rimasta, nonché è stata capace di ricollegare immediatamente lo spettatore a quelle dinamiche emotive che da sempre rappresentano il tratto distintivo – e di successo – della serie.
Con il primo episodio della terza stagione infatti, EST Man, gli sceneggiatori hanno reso subito ben chiara la direzione che questa stagione avrebbe intrapreso sia sul piano storico-politico che su quello familiare.

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Questo intrecciarsi di Storia e storia da sempre presente in The Americans, con la terza stagione assume connotati nuovi e complessi: difficile parlare ancora di un intreccio, più corretto forse sarebbe descriverlo come una collisione, un vero e proprio garbuglio nel quale i personaggi, e soprattutto Philip, non sanno più come districarsi.
La Storia con la S maiuscola che viene questa volta approfondita è quella del conflitto russo-afghano, in cui le nostre spie devote a Madre Russia, combattono non sul territorio in cui si svolgono materialmente i conflitti, ma in suolo americano, per sostenere lo sforzo bellico sovietico con altri mezzi rispetto ai veri e propri combattimenti.
Ed è proprio qui che Philip ed Elizabeth Jennings, i nostri consorti preferiti, si trovano coinvolti. A rendere la loro missione ancor più ardua, e qui entra in gioco la storia con la s minuscola, è la situazione con la loro figlia Paige, non solo sempre più vicina alla religione e alle tradizioni tipicamente americane, ma anche determinata a capire una volta per tutte cosa i genitori nascondano.

 
 

Paige, con il suo modo di fare tipicamente adolescienziale, sarà proprio la chiave di volta dell’intera stagione: da un lato vi è Elizabeth, decisa a portarla sempre più verso la causa sovietica, dall’altro vi è Philip, che auspica per lei una vita semplice e fuori da queste pericolose dinamiche. Vita che probabilmente lui stesso, arrivato a questo punto, vorrebbe poter utopicamente vivere.
In mezzo a questi due fuochi, che animano la vita familiare e lavorativa delle nostre due spie, si trova proprio la ragazzina, che con la sua determinazione arriva ad essere ammessa nel “mondo dei grandi”, resa partecipe della verità e sarà proprio lei protagonista del cliffhanger finale, che lancia le basi per una quarta stagione che si prospetta di fuoco.

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L’elemento introspettivo è sempre stato uno dei pilastri della serie, ma mai come in questa stagione arriva ad assume significati così profondi e oscuri.
In questo senso il protagonista assoluto in questa season 3 pare essere proprio Philip, il quale si trova dinnanzi a scelte davvero complesse.
Il suo matrimonio con la segretaria dell’FBI Martha pare a tratti uscire dalla finzione e dall’opportunismo su cui quell’unione si era fondata, proprio nel momento in cui la vita e il lavoro della donna iniziano a vacillare pericolosamente. Qui Philip mostra una reazione inaspettata che rivela quanto abbia a cuore il destino e le sorti di quella donna con cui ha creato una vita di finzione, lasciandola intrappolata in un matrimonio con un uomo diverso da quello che lei crede che sia.

 

Altra situazione scomoda è quella in cui Philip è costretto a destreggiarsi con una ragazzina di poco più grande di sua figlia, che deve in qualche modo sedurre in quanto figlia del capo della CIA e quindi un ottimo aggancio per portare avanti la causa.
Il fardello che Philip porta sulle spalle in questi 13 episodi è immeso, tanto da chiedersi se alla fine non arrivi letteralmente a schiacciarlo.
Il suo dilemma morale è enorme, tanto da temere che possa portare a lacerare l’uomo irrimediabilmente.
Non a caso le scene più belle di The Americans sono ancora una volta quelle che si svolgono tra le mura domestiche di casa Jennings: gli abbraccia di Philip ed Elizabeth, così carichi di tensione e di silenzi che parlano più di mille parole, sono la vera opera d’arte di questa serie capace di emozionare con una sola inquadratura.

 
 

Da menzionare la bellissima scena dell’estrazione del dente che Philip opera ad Elizabeth nel seminterrato di casa loro nel terzo episodio della stagione. Nei loro occhi, nel loro silenzio, viene sprigionata tutta la potenza del loro rapporto e tutta la difficoltà della loro vita attraverso questo espediente narrativo così inaspettatamente efficace.
Matthew Rhys e Keri Russell si confermano due attori perfetti a dar vita a due personaggi così complessi e dalle mille sfaccettature quali i loro Philip ed Elizabeth. Già dal loro sguardo emerge la profondità della loro interpretazione e non vi è dubbio che sia anche – se non soprattutto – grazie a loro che questa serie abbia spiccato il volo arrivando a raggiungere le vette più alte.

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L’unico modo per concludere questo bilancio sulla terza stagione di The Americans è affermare una volta di più quanto sia grande e potente questa serie di FX, così capace di regalare tensione, paura e profondità di sentimenti in un tutt’uno di bravura attoriale e bellezza narrativa.
Una serie così non si può certo ignorare, e soprattutto non ora che ha dato riprova di tutto questo e che è stata perfino rinnovata per una quarta stagione che andrà in onda nella prima metà del 2016. Spero che finalmente anche la critica apra gli occhi e conferisca a The Americans e ai suoi addetti ai lavori tutto il riconoscimento che ora più che mai si merita.

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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