Black Sails: la darkness non è mai stata così bella

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Tempo di lettura previsto: 4 minuti

Avrei voluto scrivere dahkness con quel tipico accento british con cui viene pronunciata in questa serie praticamente ad ogni occorrenza e che, comunque vada, fa sempre provare bellissime cose e sensazioni. Ma si trattava di un titolo, e non volevo dar l’impressione di quella che, su dieci parole, sbagliava a scriverne una.

Black Sails è quella serie che da più di un anno mi ero ripromessa di recuperare e che, per colpa di calendari telefilmici sempre troppo pieni, continuavo a rimandare. Ma finalmente è poi arrivato il fatidico momento e in breve tempo – grazie Santo Netflix – mi sono trovata a maratonarla così forte che ho iniziato a urlare “saaaaiiiiiilsss!” ogni qual volta che mi trovavo a fissare l’orizzonte. Per non parlare della voglia di scolarmi bottiglie di rum al posto del cappuccino al mattino, ma questo è un altro discorso e – forse – un altro problema.

Intanto che scrivo, sono ancora in preda ai postumi di un season finale meraviglioso, che ha coronato una terza stagione che ha saputo mantenere un livello altissimo lungo tutto l’arco narrativo. Avendo visto questa serie tutta d’un fiato, credo di poter affermare con ancora maggiore convinzione che dal pilot fino a questa 3×10, Black Sails è cresciuta di episodio in episodio, e con essa un’evoluzione mostruosa e da applausi la hanno decisamente avuta i suoi personaggi.
Devo davvero iniziare a parlare del Capitano Flint? Ok, facciamo questo sforzo. Che io sia una persona estremamente prevedibile è ormai noto, quindi non mi dilungherò molto sulla colossale crush che mi ha colpito in piena faccia per un Toby Stephens nei panni di un capitano pirata.



  

 

Ma, fangirling a parte, proverò a ricompormi dopo questa sfilza di gif, per dire che il lavoro di esplorazione dell’interiorità di questo personaggio è uno degli elementi portanti di tutta la serie, nonché un’impresa ben scritta, ben interpretata e sicuramente molto coerente e convincente.
Lui è la personificazione della suddetta darkness, e questo traspare da ogni suo sguardo. I personaggi così tormentati interiormente sono una di quelle cose che mi fanno diventare dipendente da una storia, e quando vengono trasposti in modo così riuscito non c’è altro da fare che lasciarsi trasportare alla deriva.

Ma la forza di Black Sails sta proprio nel fatto che non vi è solo Flint. John Silver è quel personaggio che più di ogni altro, in trenta episodi, subisce un’evoluzione che non solo nessuno si aspettava, ma che in generale rappresenta un piccolo capolavoro nel capolavoro. Silver è quel piccolo malefico opportunista che pensa solo al suo tornaconto ma che cresce e diventa un uomo con una sua morale, un pirata che impara dei valori e, ora, persino il vero e unico erede di Flint.
Il finale di questa stagione ha saputo conferire a Silver tutta l’epicità e l’alone di potenza che il suo nome ormai porta con sé.
Qui è anche doveroso citare quelle bellissime scene tra Silver e Flint davanti al fuoco, circondati dall’oscurità (ecco che il tema torna sempre) della notte, riuniti a discutere di strategie e punti di vista. Scene che, nel complesso, mostrano come ormai l’operazione di trasformazione di Silver sia giunta a compimento e come il passaggio di testimone tra i due sia molto molto prossimo. Silver ha piano piano abbracciato quell’oscurità che la vita di uomini di mare porta con sé e soprattutto ora è divenuto custode della verità che ha forgiato Flint così nel profondo.

 
 

Ma questa terza stagione ha avuto un momento che in quanto a traumaticità ho trovato molto vicino a quello che per me era stata l’annunciatissima dipartita di Athelstan in Vikings. Vedere il Capitano Charles Vane accettare la morte per dar avvio alla guerra per liberare Nassau è stato un momento inatteso, doloroso e solenne. Vane è quel terzo personaggio che nel bene e nel male per tre stagioni aveva contribuito a rendere Black Sails praticamente perfetto. E quella sorta di amore/odio tra lui e Flint, quella sorta di continua competizione che finiva tuttavia in un inevitabile collaborazione per una causa più grande, era una di quella cose per cui si finiva sempre a ringraziare ogni episodio.
Scrivere usando il tempo passato, sapendo che ormai tutto questo non ci sarà più, provoca un discreto dolore al petto.

 
 
 

Anche qui però una consegna di testimone è avvenuta eccome: Vane ha trovato il suo più naturale successore in Jack Rackman, quell’uomo che più che per le sue doti di combattente, ha saputo spiccare per la sua grande abilità nell’utilizzo delle parole, dell’intelligenza e della strategia. E quando parliamo di Jack, non possiamo non parlare dell’unica figura femminile che non ho odiato neanche per un secondo: Anne Bonny, che con lui crea una coppia che al di là di tutto rappresenterà sempre una certezza quando si parla di fedeltà e volontà di fare sacrifici per il bene dell’altro.


Una forte sensazione di vuoto scaturisce dalla consapevolezza che ora questa serie, che è cresciuta enormemente alzando sempre più il tiro e non sbagliando mai un colpo, è entrata in hiatus e noi dovremo aspettare il 2017 per risalpare a bordo e farci trasportare dalle tumultuose e oscure acque di Black Sails.
Ma il naufragar c’è dolce in questo mar…

Elisa
Aspirante companion del Dottore. Ho venduto la mia anima alle serie tv britanniche e non mi sforzo neanche per riaverla indietro. Mi struggo per la perfezione di David Tennant, mi innamoro di attori quarantenni che non incontrerò mai, fangirlo su ogni serie tv esistente e mi lamento della vita.

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