Benedict Cumberbatch: principe di Danimarca, re del Barbican

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Una delle opere di Shakespeare più celebri interpretata da uno degli attori più amati e quotati degli ultimi anni. Non c’è da stupirsi se questo Hamlet ha battuto ogni record diventando il più veloce sold out nella storia del teatro inglese (i biglietti per ben 12 settimane di spettacolo sono stati venduti nel giro di poche ore, con code virtuali di oltre 30 000 persone).

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Quando mi sono ritrovata tra i pochi fortunati con in mano quel pezzo di carta bianco e arancio, la curiosità era alle stelle, anche perché avevo evitato articoli, recensioni, immagini promozionali e tutto ciò che potesse rovinarmi la sorpresa. Nonostante ciò, qualche voce mi era arrivata e tutte erano unanimi: un Cumberbatch fantastico in una produzione che non gli rende onore. Le avevo zittite velocemente, non volevo che mi condizionassero, anche perché gli occhi di chi scrive quelle recensioni sono diversi dai miei. I loro sono occhi di chi è cresciuto a pane e Shakespeare, di chi alle première ci va per lavoro (sì, la mia è invidia pura) e conosce a menadito ogni singola versione esistente di tutte le opere shakespeariane. Io, al contrario, ho conosciuto Shakespeare per la prima volta al liceo, ho letto qualcosa, ho visto qualche adattamento di questo e quello, ma non sono altro che una ventenne che come hobby guarda tanti film e tante serie tv e su queste ultime ogni tanto scrive pagliacciate. E l’inglese non è neanche la mia prima lingua, per dirne un’altra. Ma i miei occhi non sono forse simili a quelli della maggioranza del pubblico presente? Un protagonista come Benedict Cumberbatch, che grazie al suo Sherlock è uno degli attori che più rappresenta la cultura nerd contemporanea, ha attirato spettatori da ogni dove e tra questi abbiamo potuto vedere di tutto: dagli espertissimi di Shakespeare fino a quelli che han pensato bene di perdersi la seconda metà di spettacolo per piantonare la stage door. Gran parte degli spettatori, compresa la sottoscritta, si colloca nel mezzo: non conosciamo Shakespeare così a fondo da indignarci per quel tale dettaglio che proprio non andava, ma lo conosciamo abbastanza da apprezzare una storia universale e senza tempo interpretata da un attore immenso senza il quale, lo ammettiamo, non ci saremmo sognati di essere lì. A noi e al nostro sguardo ingenuo, tutto sommato, lo spettacolo è piaciuto e vogliamo dire la nostra sul perché.

barbican esterno

Partiamo dalla location. Il Barbican è stato un po’ una sorpresa: mi aspettavo un comune teatro, non certo il più grande centro teatrale d’Europa (Wikipedia dixit). Dall’atrio spaziosissimo e moderno si può accedere a sale cinema, ristoranti, sale conferenze, nonché ovviamente al teatro, che a differenza del resto è piuttosto piccolo e tradizionale, sviluppato in altezza più che in profondità. Le gallerie, sempre più sporgenti man mano che la quota aumenta, permettono anche a chi occupa i posti più lontani di trovarsi relativamente vicino al palco, tanto che l’atmosfera risulta piuttosto intima.
barbican interno sala

Ma le sorprese non sono finite, perché quando si spengono le luci il nostro Hamlet è già sul palco e sta ascoltando le note di Nature Boy di Nat King Cole da un vecchio grammofono. In seguito scopro che l’idea originaria della regista Lyndsay Turner era di aprire lo spettacolo con il famoso monologo “To be or not to be” e questo aveva generato una bagarre non indifferente tra i critici. La successiva decisione di spostare ancora il monologo, comunque non nella sua posizione originale, non ha riportato i buoni Barnardo, Marcellus e Horatio nella prima scena. Chi non si aspettava di conoscere Hamlet prima della seconda scena sarà rimasto spiazzato e io lo sono stata, piacevolmente.

hamlet inizio

Un altro cambiamento che balza subito all’occhio è l’epoca. È evidente che ci troviamo nel Novecento, ma non è chiaro in quali anni, forse ’40 o ’50, che ben si presterebbero a un parallelo con la guerra che stanno affrontando i Danes, ma numerosi elementi, come alcuni dei costumi, sembrano riportarci ai decenni successivi. Questa vaghezza genera confusione, che può però essere dissipata se ci convinciamo che l’epoca poco importa poiché la storia è sempre attuale, e che in effetti tutto il Novecento si presta a rappresentare un periodo di crisi non solo dei governi, ma anche interna all’uomo.

Molto più chiaro è invece l’intento di Es Devlin e della sua affascinante scenografia. Elsinore è rappresentata dal suo palazzo reale: è fastosa e antica come chi la governa, ma anche decadente come la tirannia, destinata a vita breve, di Claudius (Ciarán Hinds). Il suo disfacimento non è solo figurato ma letterale, quando il palazzo realisticamente esplode alla fine della prima parte, costringendo i personaggi a muoversi tra montagne di detriti per tutta la durata della seconda.

Claudius explosion

Ad opporsi all’antico e al tradizionale c’è una nuova generazione, rappresentata da Hamlet e Ophelia in primis, ma anche da Laertes, Horatio, Rosencrantz e Guildenstern. Come suggeriscono le locandine, si tratta di una generazione di eterni bambini.

hamlet copertina

Infatti, la pazzia di Hamlet si concretizza in un infantilismo che a tratti fa sorridere, ma che grazie all’assoluta credibilità di Cumberbatch riesce a non sfociare nel ridicolo, regalandoci anzi scene di un’intensità memorabile. La più rappresentativa: Hamlet che marcia su un enorme tavolo muovendosi a scatti, imitando un soldatino nella classica divisa rossa, per poi rinchiudersi in un enorme castello giocattolo.

Hamlet castello

Ma se Hamlet compie un percorso di crescita, riuscendo ad uscire dal guscio che si è creato, guidato dal desiderio di vendetta, non si può dire lo stesso di Ophelia. Fragile ed ingenua, è sopraffatta da un mondo che non riesce a comprendere e che può solo immortalare da spettatrice passiva con una macchina fotografica, per lei una sorta di coperta di Linus. Dettaglio curioso: in una delle prime scene scatta numerose foto a un calice caduto per terra e lì dimenticato, presagio di ciò che accadrà nel finale.

Ophelia

L’altro rifugio di Ophelia è la musica, l’unico mezzo con cui sembra in grado di comunicare, ma che dopo il rifiuto di Hamlet e la morte del padre le si ritorce contro: non riesce più a parlare, ma solo a cantare ossessivamente prima dell’inevitabile suicidio. Sian Brooke esaspera a tal punto sia l’insicurezza iniziale sia l’isteria successiva da risultare quasi irritante; nel complesso è efficace ma non entusiasma. Lo stesso giudizio si può estendere al resto del cast: per Polonius (Jim Norton) né infamia né lode; Gertrude (Anastasia Hille) alterna momenti sotto tono, tanto che si fatica a sentire ciò che dice, a momenti dove dà anche troppo, ma nel suo ultimo dialogo col figlio raggiunge il giusto equilibrio e riesce a emozionare;

Hamlet-gertrude

Claudius è decisamente una delusione. Per essere probabilmente l’attore più conosciuto dopo il protagonista (è stato Mance Rayder in Game of Thrones) risulta piuttosto piatto e poco empatico. Si salva Horatio (Leo Bill), poco convenzionale nella sua camicia a quadri dalla quale fanno capolino modernissimi tatuaggi, ma convincente.

In conclusione, il palco è tutto di Cumberbatch. La sua forza espressiva e la sua sicurezza sono indubbie. Ciò che sorprende di più è la naturalezza e la facilità con cui si sposta sul palco: abituata a vederlo costretto in un piccolo schermo dove ciò che conta di più è l’espressività del viso, mi è risultato incredibile come dal vivo riesca invece a sfruttare al meglio tutte le parti del suo corpo, gesticolando e muovendosi in perfetta armonia con i versi che pronuncia, con un’agilità ed una leggerezza che non mi sarei aspettata da una persona della sua statura. Possono sembrare considerazioni ovvie, è normale che in teatro si reciti sempre con tutto il corpo visto che non tutti sono abbastanza vicini da cogliere i dettagli del volto, ma quando si vede la teoria messa in pratica così bene è normale rimanere colpiti. E questo Hamlet ha proprio colpito e affondato l’intero pubblico, che ha assistito al tutto con religioso silenzio e senza muovere un muscolo (la ramanzina sull’uso dei cellulari a quanto pare ha sortito il suo effetto).

Tutti i punti deboli della produzione sono ampiamente compensati dalla sua performance, che raggiunge un picco di intensità durante il funerale di Ophelia; le parole “I loved Ophelia” sono una coltellata dritta al petto e ci preparano all’impatto emotivo della scena finale che sembra quasi concludersi troppo in fretta.

hamlet yorick

Ma quando pensiamo di aver finito le lacrime ecco che Benedict, dopo l’inchino, torna a parlare  e lo fa per esortare gli spettatori a supportare con una donazione i profughi siriani. Quando cita alcuni versi tratti da Home della poetessa somala Warsan Shire, la commozione di tutti è palpabile.

 

No one leaves home unless
home is the mouth of a shark.
You only run for the border
when you see the whole city running as well.

[…]

You have to understand,
that no one puts their children in a boat
unless the water is safer than the land.

 

Quando esco dalla sala mi accorgo di avere gli occhi lucidi e dentro un misto di ammirazione, estasi e malinconia, perché una serata del genere non può essere vissuta due volte.

Se lo spettacolo non è perfetto, momenti come questo lo sono e bastano a rendere una serata indimenticabile e a fare entrare anche questo Amleto nei nostri cuori.

Linda
Geek seriale, drogata di musica e film, Potterhead impenitente. Nel tempo che rimane studio Ingegneria specializzandomi in fotonica, tipo come costruire (spade) laser e come teletrasportarsi (ma non proprio).

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