Amore e odio per The Cursed Child

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Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Nota 1: Questo articolo contiene spoiler su The Cursed Child, quindi se siete riusciti a vivere fino ad oggi senza alcun tipo di anticipazione e volete continuare così allora non leggete!

Nota 2: Alcune delle foto che vedrete in questo articolo sono state scattate dalla ex compagna di viaggio e di sventure universitarie, nonché hardcore Potterhead e amica Sara detta Fara, che potete seguire qui.

 

Dovete sapere che per me mantenere una qualsiasi parvenza di oggettività quando si tratta di Harry Potter è quasi impossibile: per quanto qualcosa che coinvolga il mago con gli occhiali possa non convincermi, c’è sempre una parte di me – quella legata alla memoria di quell’adolescente emotiva, solitaria e fragile che sono stata – che la analizza e rianalizza per arrivare alla conclusione che “è Harry e io non posso proprio dire che non sia una cosa meravigliosa”. È per questo motivo che, anche se ho visto The Cursed Child a metà giugno a Londra, ho aspettato così tanto per scrivere la recensione: mettere in ordine le idee, verificare che quello che penso sia frutto di un minimo di raziocinio e non un qualche sintomo di un attaccamento adolescenziale è stato davvero impegnativo. Tuttavia, dopo più di due mesi credo di essere finalmente riuscita ad elaborare elogi e critiche con cognizione di causa, ma forse è meglio che siate voi a giudicare.

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Quando è uscita la notizia che sarebbe stato messo in scena uno spettacolo teatrale che avrebbe continuato la storia dopo l’epilogo dei Doni della Morte, non mi sono soffermata nemmeno un secondo a pensare ai motivi che potevano aver spinto JK Rowling a riprendere in mano la saga, né di cosa avrebbe parlato nello specifico la trama: il mio cervello è semplicemente andato in loop sulla possibilità di rientrare, anche solo per un secondo, in quel mondo che per anni non è stato solo una via di fuga, ma proprio una parte fondamentale della formazione morale della mia persona adulta. C’era una nuova storia, stavolta a teatro, e io dovevo assolutamente vederla.

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È con questo spirito che, nell’ottobre 2015, mi sono precipitata a comprare i biglietti: due ore di fila, quindici minuti di tempo per prendere i posti più economici esistenti e, con la scusa della laurea ad aprile, improvvisare su due piedi con l’amica Potterhead di sempre il viaggio a Londra.

Otto mesi dopo, emozionate, siamo entrate al Palace Theatre, ci siamo sedute ai nostri posti, siamo quasi svenute a causa dell’altezza assurda a cui ci trovavamo e, dopo essere state minacciate delle più temibili torture in caso di spoiler e foto con cellulari, si sono spente le luci e abbiamo visto The Cursed Child.

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Per farvi capire quanto eravamo in alto, il binocolo era per vedere bene la scena e pure con quello non si vedevano bene le facce. 10 sterline a spettacolo e ancora un po’ ci mettevano nei bagni.

E, al momento, ci è piaciuto.

E, in seguito, ci abbiamo pensato e ripensato e ci è sempre piaciuto, con delle riserve. Ma ci è piaciuto.

Lo ripeto per far depositare nella vostra mente questa realtà, perché so quali sono state le reazioni di moltissimi fan. Se avrete la pazienza di seguirmi qui nelle mie riflessioni, arriverò anche a quelle.

A distanza di mesi e avendo letto il libro, ho realizzato che la cosa più importante da capire è che The Cursed Child è una storia sulla storia, né un seguito, né l’ottavo episodio della saga, come è stato venduto dalla Rowling e – diciamocelo – dal marketing. L’avventura dei figli di Harry e Draco non è altro che una risposta a quello che tutti ci siamo chiesti tra le lacrime una volta finito di leggere l’epilogo de I Doni della Morte: come vivono adesso Harry, Ron ed Hermione? Com’è il mondo post-Voldemort? Albus è finito davvero in Serpeverde?
Come è giusto e prevedibile, nel corso di questi nove anni le risposte sono sempre arrivate tramite le fanfiction: belle, brutte, appassionanti, assurde. Milioni di storie di milioni di improvvisati autori che hanno cercato, a modo loro, di dipingere un futuro per questi personaggi che non sono mai riusciti a lasciarci del tutto. JK Rowling con The Cursed Child ha voluto dare la sua versione: possiamo ritenerla una versione più autorevole oppure no, ma la verità è che hanno ragione quelli che hanno definito questa storia una fanfiction di Harry Potter. Ciò che non è molto emerso è come questo, in fin dei conti, non sia necessariamente un aspetto negativo.

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Per quanto quelli come me possano non arrendersi a questo fatto, la storia di Harry, quella dei libri ovvero quella “ufficiale”, è finita quasi dieci anni fa. Sì, lo so, sono tantissimi e siamo vecchi, ma cerchiamo di essere forti. Tutto ciò che esiste ora è un movimento collaterale nato da un popolo vastissimo di nostalgici, dei quali anche la Rowling stessa fa parte. È un nostro modo per sopravvivere, per vivere ancora Harry e quel mondo: il fatto stesso che The Cursed Child sia stato pensato per un altro medium, il teatro, ci deve far capire come in effetti ci troviamo di fronte a qualcosa che deve essere fruito con uno spirito diverso.

(Spezzo anche una lancia a favore di Jamie Parker e Poppy Miller, perché io Harry e Ginny adulti me li immagino esattamente così, non quelle versioni anziane e sfatte alla fine dell’ultimo film)

Vedere lo spettacolo completamente a digiuno dagli spoiler che nelle prime due settimane hanno infestato ogni social network e sito internazionale esistente, mi ha permesso di godermi effettivamente uno spettacolo visivamente sorprendente e pieno di colpi di scena. Abituata come sono ai film della saga, uno dei miei dubbi principali riguardava l’effettiva resa della magia sul palcoscenico: una preoccupazione inutile, dato che l’impatto visivo della scena, l’uso dei props e la bravura degli stessi attori hanno fatto in modo che questo incredibilmente fosse il maggiore punto di forza dello spettacolo. La magia “in diretta” stupisce e paradossalmente riesce a risultare molto più reale di quella che vediamo resa grazie a costose tecnologie CGI. Tanto per farvi un esempio, è indescrivibile il brivido che ha percorso ogni singola persona della sala alla vista dei Dissennatori che discendevano sul pubblico: vederli lì, dal vivo, in aria con i loro movimenti flessuosi e ricoperti da un velo impalpabile ci ha lasciati letteralmente tutti senza fiato.

L’escamotage di riesumare la giratempo – che la Rowling stessa aveva dichiarato, nel quinto libro, esaurita – permette allo spettatore di non limitarsi a vedere i protagonisti adulti e cresciuti che conducono le loro vite, ma anche di fare un passo indietro e avere la possibilità di rivedere tanti di quei personaggi e situazioni che abbiamo amato e a volte odiato (sì, Umbridge, sto parlando di te). In questo modo si può dire che The Cursed Child riesca ad unire la voglia di scoprire qualcosa di nuovo – le vite post-Voldemort di Harry, Ron, Hermione e delle loro famiglie – e la nostalgia che prende qualunque Potterhead quando ripensa alla saga. L’amicizia tra Scorpius (il personaggio migliore a mani basse) e Albus, i tormenti da adulto e da padre che si alternano con quelli dell’infanzia che perseguitano Harry danno profondità ai personaggi e diventano i punti di forza dell’opera, nonché quei “marchi di fabbrica” che li rendono così riconducibili allo stile della Rowling. Sulla falsariga della saga, The Cursed Child si allinea con essa riprendendone quindi quei temi archetipici trattati nei libri: l’amore, l’amicizia e il rapporto tra genitori e figli, incluso lo scontro generazionale fra loro.

Capisco che, basandosi sugli spoiler ma anche sulla sola lettura del libro, la trama di The Cursed Child possa essere sembrata assurda. La verità è che mi piacerebbe moltissimo dire che quelli a cui non è piaciuto lo spettacolo/libro non capiscono un tubo, ma la realtà è che il loro punto di vista è fondato. Se avessi comprato semplicemente il libro e l’avessi letto tutto d’un fiato, probabilmente avrebbe fatto un bel tuffo carpiato – visto che siamo in periodo Olimpiadi –  dal secondo piano di casa mia. Tuttavia, e so che forse sembrerà un’osservazione stupida, vi assicuro che vedere e vivere l’esperienza in prima persona, come ho avuto la fortuna di fare – anche se da una poltroncina scomoda a cinquanta metri dal palco, così in alto che avrei potuto vomitare sull’attore che faceva Albus – ha cambiato completamente la percezione della storia.

 

La maggior parte delle critiche mosse agli attori – mi riferisco in particolare all’attrice che interpreta Hermione – come ovvio, si sgonfiano nel momento in cui li si vede recitare sul palco. È stata una cosa prevedibile, visto che si tratta di professionisti scelti appositamente per il ruolo, ma d’altra parte cosa sarebbe internet senza orde di gente che giudica senza sapere? Esatto, sarebbe un posto migliore.

(Ma poi non è più sconvolgente che Ron non sia rosso?)

Un’altra critica piuttosto pesante che ho letto  è che Harry sia out of character, ovvero “fuori dal personaggio”: questo principalmente a causa di un’affermazione piuttosto pesante che lui fa al figlio Albus (“A volte vorrei che non fossi mio figlio!”) e che secondo molti stride con l’immagine dell’adolescente senza genitori che abbiamo conosciuto nei libri. A questo vorrei solo rispondere ricordando che pure Cristo ha sbragato quando ha visto i mercanti nel Tempio, lo potrà fare pure un uomo alle prese con un adolescente ribelle? Ha detto una brutta cosa, ma tre figli e un lavoro stressante sono pesanti pure per chi ha sconfitto Voldemort, eh.

Arriviamo all’ultima critica, la più grossa e anche il maggiore spoiler: la figlia di Voldemort e Bellatrix. Ecco, qui casca l’asino. Anzi, non solo casca, ma fa proprio un tonfo epico. Ho difeso in tutto e per tutto lo spettacolo con i suoi viaggi nel tempo, i protagonisti in crisi di mezz’età, la nuova generazione e l’amicizia tra Scorpius e Albus, ma Voldemort con una figlia? Come posso sentire lamentele su Harry out of character e problemi razziali quando in questa storia Voldemort si è accoppiato con la Lastrange e ha pure procreato?! Ma che è? Ma veramente? Ma perché?

E “Perché?!” è stata la domanda che ha accompagnato me e la mia amica sulla Central line tornando all’hotel: il personaggio di Delphie è il meno interessante e il meno convincente dello spettacolo, proprio perché allo spettatore non frega una mazza dei nuovi personaggi quando ce ne sono così tanti da approfondire e riscoprire. Un potenziale problema quando proprio la ragazzza si rivela essere il nemico della situazione. In breve, il presupposto su cui si fonda lo spettacolo, ovvero il viaggio nel tempo per salvare Cedric Diggory che poi si rivela un piano per resuscitare Lord Voldemort, risulta essere la parte più debole e quindi sì, c’è effettivamente un grosso problema di fondo, che si annida nel vero e proprio motore della storia.

In sintesi, The Cursed Child ha moltissimi elementi che funzionano, che emergono grazie a – quasi – tutti i personaggi, alla dose di feels (ho pianto un sacco, e non ho la lacrima facile, ma non potete pretendere che io riveda Piton e Silente senza che trasformi la mia sedia nel letto del Tamigi) e soprattutto dall’esperienza vissuta della visione dello spettacolo; a livello narrativo, questa pecca fondamentale che emerge quasi alla fine della storia ne inficia parecchio la solidità: la figlia segreta del cattivo che spunta dal nulla fa molto colpo di scena alla Beautiful, roba che nelle fanfiction gli autori nemmeno si azzardano a fare.

È per questo che, quando ho sentito che sarebbe stato pubblicato lo script sotto forma di libro, la mia reazione è stata parecchio tiepida: sapevo infatti che non sarebbe stato in grado di reggere il confronto con l’emozione a 360 gradi che è stata vedere lo spettacolo, facendo focalizzare chi legge solo sulla storia, senza avere una percezione del contesto teatrale, che mai come in questo caso è fondamentale (il terrorismo psicologico del #keepthesecrets non era, in quest’ottica, per nulla insensato).  È come, e passatemi il paragone blasfemo (ma tanto qui ho tirato in mezzo pure la Bibbia, che mi frega ormai?), leggere il testo di un’opera lirica e vederla e ascoltarla dal vivo. Proprio per questi motivi, spero che un giorno decidano di rilasciare un DVD dello spettacolo, perché solo in questo modo lo si potrà veramente giudicare con cognizione di causa.

La necessità di proseguire la storia per i più cinici potrà essere stata dettata dalla volontà dell’autrice di fare soldi. Sebbene nel mio intimo io creda che non sia così, non essendo un’indovina, non posso nemmeno sentirmi di escluderlo completamente. Tuttavia se The Cursed Child, come anche Pottermore agli inizi, ha fatto tutto questo successo è perché queste storie e questi personaggi non riescono proprio ad abbandonarci. Sono stati importanti per la nostra crescita e per questo tutte le volte che il mondo di Harry si espande io, come tantissimi altri Potterhead, sono sempre pronta ad andare lì, a tornare a casa, esattamente come ha detto una volta la Rowling. Partire dall’idea che, da quel luglio 2007, quando è stato pubblicato l’ultimo libro della saga, tutto quello che c’è stato e ci sarà è un qualcosa di più, una sorta di regalo per noi lettori, ci fa quindi capire meglio quello che è The Cursed Child: niente di più né meno di una bella dichiarazione di malinconico e nostalgico amore per questo mondo, dedicata a tutti noi. E va bene così o, meglio, all was well (io sto piangendo adesso, non so voi).

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Valentina

26 anni, lavoro nel marketing, ma non mordo. Credo nel potere curativo del cibo, del the caldo e delle serie tv (poi magari funzionano anche le medicine, non so). Amante di libri con finali tristi. Cerco di convertire tutti i miei amici a Doctor Who (e ci sto riuscendo).

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